lunedì 25 gennaio 2016

The Lobster e il cinema dell'assurdo di Lanthimos


Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou
Cast: Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, Olivia Colman, Jessica Barden, John C. Reilly, Ben Whishaw, Angeliki Papoulia, Ariane Labed
Durata: 118 min.




-“Dovrà trovare una persona uguale a lei. Se non ci riuscirà, retrocederà al regno animale. Per sempre. Che cosa desidera diventare, eventualmente…”

-“Un’aragosta”.

Ricchissimo di spunti interessanti e premiato con premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, The Lobster è il quarto film di Yorgos Lanthimos, regista greco pressoché sconosciuto in Italia, la cui spietatezza, si dice in giro, è paragonabile a quella di Lars von Trier.
Si tratta infatti del suo primo lavoro girato in lingua inglese, con un cast internazionale che, oltre a un Colin Farrell pressoché irriconoscibile, annovera anche Rachel Weisz, Léa Seydoux, Olivia Colman e Angeliki Papoulia.

David (interpretato da un ottimo Colin “panzetta” Farrell perfetto per quel ruolo) ha quarantacinque giorni di tempo da trascorrere in un albergo creato appositamente per single come lui in un mondo in cui, a nessuno, uomo o donna, è permesso di vivere da solo.
Se alla fine del soggiorno, non avrà trovato la propria anima gemella lo scotto da pagare sarà la trasformazione in The Lobster, ovvero l’aragosta, l’animale che David ha dichiarato di voler diventare prima di essere accolto nella struttura: l'aragosta è pur sempre un animale longevo, fertile per tutta la durata della vita e che vive in mare, ambiente che a David piace moltissimo e questo a lui sembra bastare. Insomma, un po' come se l’alternativa al trovare un’anima gemella fosse diventare animali e, non a caso, ad accompagnare David in questo percorso c'è il suo bel cane, che in realtà si scopre essere stato in origine il fratello, poi trasformato perché non in grado di trovare la partner giusta per lui.

Siamo in un futuro prossimo non meglio specificato, in un luogo fisico non meglio identificato. Siamo in una realtà sociale distopica in cui, la società non permette agli esseri umani di restare single per cui vedovi/e e amanti abbandonati vengono immediatamente catturati e ricoverati in un hotel. Non solo si deve stare in coppia ma è necessario che la coppia sia sintonica e vada piacevolmente d’accordo. Poche e semplici norme sono state create per favorire il controllo dei comportamenti, che è più difficile se le persone vivono da sole. Un mondo senza più amore e affetto che ha però bisogno di dimostrare il contrario, in cui le unioni sono basate su falsità mascherate da intese perfette. Un mondo in cui in caso di crisi, alla coppia viene fornito un bambino e comunque i figli vengono “annessi” alle coppie già grandicelli e hanno il compito a priori di tenerli uniti. Un mondo in cui si va anche a caccia: si spara ai single integralisti e come premio si guadagnano giorni di permanenza in più e quindi maggiore opportunità di trovare il partner adatto.

Dopo un tentativo mal riuscito di formare una coppia con una donna senza cuore, David scappa dall’hotel e trova rifugio nella foresta, dove viene accolto da un gruppo di ribelli, una comunità di single irriducibili scampati alla metamorfosi animalesca, nascosta in mezzo a un bosco.
Qui, tra cammelli e pavoni che un giorno furono uomini, balli grotteschi e immagini accuratamente selezionate del paesaggio irlandese del Kerry, la situazione di David non migliora però di molto: il gruppo è guidato da una fanatica e spietata tiranna (la bravissima Léa Seydoux), ben decisa a far rispettare a qualsiasi costo le regole e le strategie che i single si impongono per evitare di inciampare in quelle debolezze tipicamente umane, giungendo a odiare qualunque manifestazione di affetto e di condivisione.

Essendosi innamorato di una donna che a sua volta lo ama, a David non resta che fuggire alla ricerca di una libertà assoluta, cioè sciolta da vincoli e controlli sociali. Ma siamo sicuri che questo genere di libertà esista davvero?

Ed è così che con spirito dissacrante e anticonvenzionale Lanthimos ci da una rappresentazione assai spiazzante e crudelmente umoristica di un’umanità costretta a vivere senza libertà, in cui l’intera situazione richiama un po' le situazioni assurde, a metà tra il grottesco e l'inverosimile dei libri di Saramago, in cui lo spettatore/lettore viene catapultato e costretto ad accertarne l'inverosimiglianza.

Anche lo stampo teatrale dei dialoghi e un linguaggio nuovo, razionalistico e nero fino alla perfidia e davvero poco sentimentale ne sottolineano la folle e perversa visione.
Girato in Irlanda con luci quasi interamente naturali, il film presenta un grande schematismo che, in senso spaziale viene rappresentato dai tre luoghi in cui si svolge l'intera vicenda: l'albergo, il bosco e la città.
L'albergo è un luogo pieno di regole che funge un po' da spartiacque e da chiave di accesso agli altri due mondi: o accetti di formare una coppia o decidi di restare un solitario e di andare nel bosco. Oppure muori o diventi bestia. Nient'altro è permesso.
Il bosco rappresenta così quasi un virus, un elemento destabilizzante che diventa il simbolo della ribellione ad una condizione imposta e che, paradossalmente, si trasforma però in un'altra costruzione sociale e in cui l'uomo rimane intrappolato, ritrovandosi ad essere ancora, in ultima istanza, di fatto individualista e incapace di provare emozioni.
La città sembra invece quasi un social network, un posto dove mostrarsi sempre felici e, soprattutto, felici in coppia, e comunque, altro da se. Un mondo nel quale però anche i ribelli del bosco ogni tanto devono andare per fingersi altro da sé.
Tre piccole enclavi quindi dove la libertà alla fine non esiste.
Un film divertente, in quanto irriverentemente ironico, ma anche molto irritante perché lascia insoddisfatta la ricerca di senso logico di chi si aspetta di trovare un nesso filosofico o una specie di teorema.

Vogliamo leggerci una critica precisa alla società moderna che ci circonda, in cui tutto è fatto per due o, meglio ancora, per una famiglia? Leggiamocela.
Vogliamo leggerci una rappresentazione della precarietà dell’equilibrio di coppia, ma anche della fragilità del nostro equilibrio individuale? Leggiamocela.

In ogni caso The Lobster è un film crudo e crudele, una sorta di ordine e semplificazione sociale, in cui anche l’unica scena di seduzione risulta fredda e controllata, in cui l'uomo non ha più niente di autentico e vitale e in cui anche il sesso e la violenza appaiono freddi, meccanici e incapaci di stupire.

Il grottesco, il ridicolo, il delirante, qui si mischiano e si intrecciano con la realtà facendo oscillare in continuazione la pellicola tra l’assurdità e la verosimiglianza: Lanthimos stravolge l’abituale susseguirsi degli eventi, costringendo i protagonisti a scelte inusuali, inaspettate e perlopiù drammatiche, sfociando così in un cinema dell’assurdo. Un’insensatezza a cui, durante il film, non ci si fa neppure caso, tanto sono numerose e forti le stranezze.
Ma The Lobster è anche un film giocato sul non detto, sul non sentito (la scena in cui viene suonata pianissimo Where the Wild Roses Grow di Nick Cave e Kylie Minogue) e sul non visto (il finale). Un finale che ognuno può leggere nella maniera che preferisce.

La mancanza più grande?
Devo dirlo, Lanthimos non riesce a raggiungere quel livello di poesia che trasformerebbe il film in un capolavoro. Ma forse non vuole neanche farlo e la sua intenzione è proprio metterci davanti a un'opera quasi monumentale ma incapace di provocarti la minima emozione se non quel grandissimo stupore che assale ogni uomo che viene messo con violenza assoluta di fronte all'assurdità.

mercoledì 6 gennaio 2016

Quella sera dorata, il film perfetto per il tè delle 5


Regia: James Ivory
Attori principali: Anthony Hopkins, Laura Linney, 
Charlotte Gainsbourg, Omar Metwally, Hiroyuki Sanada
Titolo originale: The City of Your Final Destination
Genere: Drammatico
Durata: 118 min.
Uscita: Gran Bretagna, 2010



Se vivessi a New York dovrei fingere di interessarmi a tutto. Antony Hopkins

Quella sera dorata è una storia di sorvegliati rancori, di piccoli cinismi e di destini che si compiono all'insaputa dei protagonisti, un film «da tè delle 5» che sembra stato appositamente confezionato per annoiarsi con stile in un piovoso pomeriggio invernale.

Una pellicola dalla gestazione difficile visto che il regista californiano James Ivory ha impiegato quasi cinque anni per riuscire a trovare ispirazione e finanziamenti, dopo la morte di Ismail, compagno artistico e sentimentale di una vita. Alla fine però l'ispirazione è arrivata, grazie al romanzo Quella sera dorata dello scrittore americano Peter Cameron, nella cui complessità del testo il film di Ivory entra con un sapiente mix di fedeltà e di invenzione.

E subito mi domando perché il titolo del film sia stato tradotto in questo modo. Se infatti The city of your final destination è il titolo originale, così come è anche il titolo originale del libro di Peter Cameron da cui il film è tratto, Il titolo italiano è Quella sera dorata, tanto per il film quanto per il libro. Eppure nel film non c'è traccia delle parole cui fa riferimento il titolo che si trovano invece nel libro, nascoste tra i versi della poesia Santarém di Elizabeth Bishop, che introducono la seconda parte del libro, nella quale il protagonista Omar scrive un saggio critico sulla Bishop:

That golden evening I really wanted to go no farther; 
more than anything else I wanted to stay awhile

Quella sera dorata non volevo proprio andare oltre; 
più di ogni cosa volevo restare un po'


La trama è incentrata sulla storia di un giovane borsista iraniano-canadese della University of Colorado (Omar Metwally) che compie un viaggio in un piccolo ammaliante paese sudamericano, l’Uruguay, per convincere una strana famiglia di intellettuali a concedergli l'autorizzazione a scrivere una biografia dello scrittore Jules Gund, morto suicida dopo aver pubblicato il suo unico romanzo. Il lavoro gli servirà per avere un ambita borsa di studio.

Istigato dalla petulante e algida fidanzata Deirdre, che vuole per lui una carriera di successo, Omar piomba in quel piccolo gruppo di familiari dello scrittore, rifugiati in una vita immobile e avulsa dal mondo esterno e contrari chi più chi meno alla sua intrusione: da Caroline (Laura Linney), la moglie insoddisfatta, ad Arden (Charlotte Gainsbourg), l'amante giovane e fragile da cui ha avuto una deliziosa bambina, da Adam (Anthony Hopkins), il fratello omosessuale al di lui amante/compagno della vita, Pete (Hiroyuki Sanada), che ha portato adolescente a condividere una vita reclusa, scelta dai genitori dello scrittore, in fuga dalla Germania nazista.

Tutti sembrano sospesi in un cerchio magico, in cui sono capitati per caso, rintanati in una casa di campagna in cui continuano a sopravvivere antichi rancori, circondata dall'incanto del paesaggio dell'Uruguay letterario e magico di Peter Cameron.
Un Sudamerica raccontato da Ivory in modo vivido e realistico, dove anche i ricchi sembrano giunti al capolinea e dove la vita degli abitanti è un pallido riflesso della vita passata. E Omar sembra perfettamente in sintonia con questo luogo fuori del tempo e dello spazio, dove la storia si è fermata e la sua presenza funziona inconsciamente da detonatore delle dinamiche fino allora velate.

La magnifica ambientazione e i fiumi di whisky sullo sfondo di una natura che assorbe e condiziona ogni cosa regalano numerosi spunti di riflessione: dal dilemma se vivere in uno splendido luogo isolato o nella grande città, alla scelta tra civiltà e natura, dall'isolamento e partecipazione alla storia al rapporto tra destino e scelte personali, tra sentimenti e ambizioni.


Un film esteticamente bello e emozionante, nonché elegantemente noioso, in cui oltre al tono leggero e insieme annoiato di certe commedie sofisticate, emerge chiaramente l'estetica e l'atmosfera tipica del regista, quell'"Ivory touch", che conferisce un 'aria aristocratica e patinata alle sue pellicole, ai dialoghi letterari e all'impianto teatrale, sfarzoso e ricercato.

venerdì 1 gennaio 2016

A perfect day, a perfect film



Regia: Fernando León de Aranoa
Cast: Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko,
Melanie Thierry, Fedja štukan
Titolo originale: A Perfect Day
Genere: Drammatico
Durata: 106 min.
Uscita: giovedì 10 dicembre 2015

 


"Qui pure i bambini nascono ridendo"

"Ho voluto tre attori grandi e grossi, due dei quali più alti di me (Tim Robbins e il bosniaco Fedja Stukan, ndr), per rappresentare visivamente il contrasto fra la possenza fisica di chi fa questo lavoro e l'impotenza e frustrazione che si prova in situazioni in cui ottenere risultati positivi è davvero difficile, e che ho provato anch'io in zone di guerra in cui il mio metro e 98 non faceva alcuna differenza.", Fernando León De Aranoa.


È la poetica delle piccole cose in chiave comico-grottesca, quella nascosta in questo magnifico film del regista e sceneggiatore spagnolo Fernando León De Aranoa tratto da Dejarse Llover, il romanzo intimista e ironico della cooperante spagnola Paula Farias.

Si tratta di un film on the road che fotografa con un’ironia amarognola gli orrori e l'insensatezza di un conflitto dimenticato (o rimosso) dagli europei, quello nell'ex Jugoslavia, un conflitto così vicino a noi, geograficamente, e anche nel tempo, ma su cui è stata stesa un'imbarazzata cortina di silenzio. Un racconto realistico ed emblematico insieme, in cui Aranoa alterna con abilità momenti leggeri a momenti tristi, grazie a una trama ricca di deviazioni.

Ambientata nei Balcani nel 1995, verso la fine della guerra e l'inizio degli accordi di pace, la pellicola racconta le disavventure di un gruppo di operatori umanitari impegnati a mettere un po' d'ordine nel caos della guerra, perché anche se gli accordi di Dayton sono vicini, c'è ancora tanto lavoro da fare per tornare a una pseudonormalità.

Gli "idraulici della guerra" in questo caso sono i cooperanti di una associazione internazionale e il loro interprete locale, dei veri e propri antieroi arrivati nei Balcani semplicemente per fare del ‘bene’, come se ci fosse ancora spazio per il bene, per l’umanità, la generosità nella crudeltà cinica delle guerre. Tra ideali umanitari, abitudine, utopie e mancanza di alternative, porteranno alla luce tutto il grottesco del conflitto.

I due veterani del gruppo sono Mambru (un Benicio del Toro in gran forma), il capo della sicurezza portoricano dallo sguardo sempre irridente e dal fascino burbero che sta per rientrare finalmente a casa, e lo statunitense B (Tim Robbins), un tipo cinico e lunare che invece la sua casa non sa nemmeno più dove stia e non saprebbe più dove andare e cosa fare se non ci fossero quelle operazioni umanitarie in terre disastrate.

Insieme a loro ci sono Sophie (Mélanie Thierry), la cooperante francese alle prime armi, ancora integra e piena di voglia di lottare per i propri ideali anche se in piena perdita d'innocenza dinanzi alle brutture della guerra, e la bella Katya (Olga Kurylenko), una russa con una relazione con Mambru alle spalle che ha il compito di controllare il loro operato e dalla cui valutazione dipende il prolungamento della missione.

Al gruppo si aggiungono due personaggi del posto: l’interprete Damir (Fedja Stukan), stretto tra il desiderio di collaborare e i pericoli a cui espone sé e i propri conoscenti, e Nikola (Eldar Residovic), un ragazzino di appena 9 anni che porta con sè le atrocità della guerra.

Vedendo questo film si sorride e molto, ma gli argomenti trattati sono seri.
L'obiettivo della missione, apparentemente semplice, è rimuovere un cadavere grande e grosso che è stato gettato in uno dei pochi pozzi della zona, rendendolo inutilizzabile.
Il problema è che l'unica corda di cui dispongono si è spezzata e trovarne un'altra si rivela un'impresa epica.
La ricerca della corda si trasforma infatti, in una tragicomica, esilarante caccia al tesoro da un villaggio all’altro, tra l'ostilità dei locali, i conflitti etnici, le mine seminate ovunque, contraddizioni burocratiche, carcasse di mucche minate messe lungo la strada per far saltare in aria i veicoli, case pericolanti e altre minacce.

La buona volontà dei cooperanti finisce inesorabilmente per scontrarsi con una realtà fatta di regole insulse e protocolli da seguire e viene beffata dal caso. Non a caso, l’ultimo sorriso viene regalato dall’ironia della sorte, in un bellissimo finale sotto la pioggia in cui nessuno crede più nei sogni, quindi nessuno scalpita nel vederli infranti.
Un film senza fronzoli e senza piagnistei che sa farsi apprezzare pienamente: anche filmando autentiche missioni umanitarie, Aranoa è riuscito a dare verità alla cronaca amalgamando sapientemente dramma e umorismo, serietà e leggerezza, gravità e ironia, impegno e divertimento, creando così un magico equilibrio.
L'impianto teatrale del film, con molte battute fulminanti, riesce poi a dare vita a un racconto eroicomico dai toni picareschi e dai dialoghi eccellenti, mentre la regia riesce a governare sapientemente immagini, tempi e ritmi del racconto che balzano davanti agli occhi tutti casuali, tutti inaspettati. Buona anche la sceneggiatura, astuta nel suo minimalismo e perfetta la colonna sonora che sottolinea la tensione del racconto passando dai Ramones ai Gogol’ Bordello, fino a una bellissima There Is No Way di Lou Reed.
Una curiosità: le riprese sono state effettuate tutte in Spagna. Nonostante questo, la fotografia di Alex Catalán dà a queste traversate un tocco western difficile da dimentcare.

Un film davvero necessario, un omaggio a tutti quegli antieroi che senza falsi pacifismi aiutano le popolazioni devastate dalla guerra, una denuncia di come ogni conflitto abbia i suoi profitti e profittatori, una frecciatina indiretta contro l'incapacità ad agire dei dispositivi internazionali (in primis i caschi blu dell'Onu).

lunedì 9 novembre 2015

Le Particelle Elementari, tra erotomania e erotofobia


Regia: Oskar Roehler
Cast: Moritz Bleibtreu, Christian Ulmen, Martina Gedeck, Franka Potente, Nina Hoss
Genere: Drammatico
Durata: 113 min
Uscita nelle sale: venerdì 21 aprile 2006.








Viviamo sotto lo stimolo di pulsioni sessuali irrefrenabili, per cui il sesso è veramente il motore di tutto e il centro dei nostri pensieri. Oppure viviamo l'opposto, vite "matematiche" fuori da qualsiasi pulsione vitale, prive di passione e Amore?




Tratto dal libro culto (e molto discusso) di Michel Houellebecqs "Les Particules élémentaires", Le Particelle Elementari è un film diretto da Oscar Roehler in cui viene ricreato un grottesco ritratto della società che cerca di ritrarre l’attrazione e la repulsione degli elementi sesso e amore.

I due protagonisti, Michael e Bruno, sono fratellastri, che non potrebbero essere più diversi e che possiamo quasi considerare "agli antipodi" . L' unica cosa che gli accomuna è l'esser stati abbandonati da piccoli da una madre hippie in cerca del piacere più sfrenato.
Se Bruno è attraversato continuamente da turbe sessuali impressionanti ed è profondamente razzista, Michel ha atteggiamenti sessuofobici, tanto da essere interessato soltanto alla scienza e alla sua teoria della bellezza della riproduzione asessuata.

Insomma, tanto dirompente e autodistruttivo è uno, quanto trattenuto e freddo l'altro.
Accomunati dall'infelicità delle proprie esistenze, il primo scoprirà il sesso di gruppo insieme alla donna di cui si innamorerà, mentre il secondo vivrà una tragedia con una ex compagna di scuola di cui si innamorerà.

Solo per alcune frazioni di secondo il cinismo e l'assoluta freddezza vengono un po' mitigati: ad esempio nella colonna sonora o nei ricordi, in quei flashback in cui il colore prende vita, come se solo nel ricordo fossimo veramente capaci di raggiungere quello che nella vita di tutti i giorni non abbiamo la forza di vivere.

Nel cast ritroviamo tutta la meglio gioventù della recitazione tedesca: Martina Gedeck (Le vite degli altri, la Banda Baader Meinhof), Franka Potente (Lola Corre, i Bourne, i Che) e Moritz Bleitbreu (Munich, Soul Kitchen e il The Experiment )
Un dramma, con tinte anche grottesche e divertenti, fatto di persone e dei loro rapporti, con ottimi gli attori, nonostante la complessità dei personaggi, un collage di esistenze che si trascinano infelici.

Da vedere, perchè a noi le situazioni un po' assurde, al limite del ridicolo, piacciono!

domenica 1 marzo 2015

Whiplash: i tamburi del jazz





Titolo originale: Whiplash
Regia: Damien Chazelle.
Attori principali: Miles Teller, J. K. Simmons, Melissa Benoist, Paul Reiser, Austin Stowell.
Genere: Drammatico
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2014
Durata: 105 min
Sceneggiatura: Damien Chazelle
Musiche: Justin Hurwitz





"Non esistono in nessuna lingua del mondo due parole più pericolose di 'bel lavoro'",Terence Fletcher (J. K. Simmons)


"Il segreto è rilassarsi. Non preoccuparti dei numeri, non pensare all'opinione degli altri. Sei qui per una ragione, divertiti!",Terence Fletcher (J. K. Simmons)

"Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative: era quella la mia assoluta necessità",Terence Fletcher (J. K. Simmons)




Sabato scorso, dopo un'ostinata e improduttiva ricerca, sono riuscita a vedere Whiplash nell'unico cinema di Milano che lo trasmetteva. No comment: davvero imbarazzante tanto più che il nuovo film del trentenne Damien Chazelle, ha fatto parlare di sé sia al Sundance 2014, dove è stato premiato con il Gran premio della giuria e il Premio del pubblico, sia agli Oscar, aggiudicandosi il premio di miglior attore non protagonista (l'immenso J.K. Simmons), per l'incredibile montaggio di Tom Cross e per il Miglior Sonoro.

Nato come un corto e dopo il successo riscritto come un lungometraggio, Whiplash è un film parzialmente autobiografico che trae ispirazione dall'esperienza vissuta da Chazelle come batterista in un'orchestra jazz liceale diventata famosa a livello nazionale tanto da esibirsi a due cerimonie di insediamento del presidente degli Stati Uniti e al JVC Jazz Festival di New York.

A colpire è principalmente il ritmo coinvolgente di un incontro scontro tra un talentuoso giovane batterista jazz, Andrew Neyman, e un insegnante spietato (J.K Simmons),Terence Fletcher: siamo nella più prestigiosa e importante scuola di musica di New York e il giovane Andrew studia batteria avendo in mente come riferimenti Buddy Rich e Charlie Parker, ignaro del fatto che la sua passione lo condurrà ai limiti della sopravvivenza fisica e psicologica.

Andrew viene spinto sempre più ad alzare quell'asticella fissata sempre più in alto, nell’esecuzione perfetta e maniacale di pezzi complessi come Whiplash o Caravan. A incitarlo c'è Terence Fletcher (J.K Simmons), l’aguzzino dagli occhi cerulei, le orecchie a punta da dobermann tedesco, un fisico da addestratore, con un'unica una missione: usare tutti mezzi pur di fare nascere tra i suoi allievi una stella del Jazz.
Ne emergerà tutta l'anima nera del jazz, tutta la solitudine dell’artista che rinuncia a tutto, anche all’amore per potersi dedicare solo ed esclusivamente alla batteria, una passione fatta di sangue, di esercitazioni estenuanti, di dolorose prove tali da alterare il suo equilibrio psicologico.

Andrew ne esce prostrato, ferito, ma anche molto più forte, sino a che durante l'esplosione in una violenta reazione contro il suo direttore, scatta il genio.


Costruito con un montaggio serrato capace di trasformare la pellicola in un vero e proprio incontro di boxe, Whiplash è un film duro come il legno, fisico fino a fare male. E proprio la fisicità è uno dei maggiori punti di forza del film, una fisicità evocata anche dalla batteria, che comunque rappresenta lo strumento musicale maggiormente in grado di evocare la forza fisica e la lotta. Una vera guerra condotta sulla batteria piuttosto che sul campo di battaglia, fatta di prove senza soste, estenuanti, causa di lacrime e sangue, non solo in senso metaforico.

Anche se il tema del giovane ambizioso e di talento spinto oltre i propri limiti è ormai diventato un classico del cinema qui viene portato all'eccesso: fino a che punto è giusto che un insegnante possa spingersi per far esplodere il talento di un suo allievo? La violenza psicologica e l'umiliazione sono strade praticabili e percorribili?
In questo senso, finzione e realtà si contaminano: nel 1936, anche Charlie Parker durante una sua esibizione in un club di Kansas City, fu quasi colpito alla testa dal piatto che gli lanciò il batterista Jo Jones come gesto di sprezzo. Un'umiliazione che avrebbe spinto il celebre sassofonista ad esercitarsi senza sosta e porre le basi della sua leggenda.

E anche in Whiplash la storia si ripete: "Leva quel sangue dalla batteria per favore", intima Terence Fletcher a Andrew, che ancora non sa di essere un genio: per diventare "Bird" Charlie Parker ha dovuto penare l'inferno e lui non può esimersi dal percorrere la stessa strada.

Ma il film di Chazelle è anche un mix tra il tradizionale addestramento militare (stile Full Metal Jacket) e l'allenamento artistico (stile Saranno famosi), dove, diversamente dal solito, il regista sceglie di legare la dimensione di impresa fisica con il jazz, invece che coi consueti rock, metal o punk a cui siamo abituati.

Insomma, grande tensione, grandi emozioni, grande.

domenica 28 dicembre 2014

Il ragazzo invisibile, ovvero quando anche i supereroi sbarcarono in Italia


Titolo: Il ragazzo invisibile
Regia: Gabriele Salvatores
Genere: Fantastico
Cast: Ludovico Girardello, Noa Zatta, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov, Ksenia Rappoport
Sceneggiatura: Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo
Fotografia: Italo Petriccione
Paese: Francia, Italia, Irlanda
Durata: 100 min.
Uscita: giovedì 18 dicembre 2014.
Sito del progetto: http://www.ilragazzoinvisibile.it/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ilragazzoinvisibile?fref=photo


"Ho sempre pensato che l'ADOLESCENZA fosse uno dei periodi più difficili nella vita di un essere umano. Il tuo stesso corpo diventa un estraneo, ti guardi allo specchio e non ti riconosci, senti che dentro di te sta nascendo un potere (un super potere?) che non sai come usare... Anche perché ancora non hai ben capito chi sei e che posto hai nel mondo.

Sono sicuro che tutti gli adolescenti si sono sentiti almeno una volta "INVISIBILI". O avranno desiderato esserlo. E tutti, almeno una volta, avranno desiderato di avere un potere speciale che li protegga o li renda eroi almeno "just for one day", come canta David Bowie. Io non ho figli ma, forse proprio per questo, mi è capitato, negli ultimi anni, di girare già tre film con protagonisti adolescenti: sono il nostro futuro e io, che faccio il regista, sento il dovere di contribuire al loro immaginario."
G. Salvatores.




Salvatores continua la sua sperimentazione in campo cinematografico, provando questa volta a stupire il pubblico con un genere inspiegabilmente trascurato in Italia.

Arrivato sul grande schermo il 18 Dicembre, ad un passo da Natale, Il Ragazzo Invisibile, può essere infatti considerato il primo cine-comics italiano ed è giudicato da molti il primo vero film “nerd” italiano.


La scommessa di Salvatores è quella di soddisfare un pubblico ormai abituato ai cine-comics cimentandosi con una storia di supereroi all'interno di un film per ragazzi, avendo a disposizione un budget complessivo di solo 8 milioni i dollari a fronte dei 150 milioni di dollari standard dei grandi franchise.
Il genere fantastico non è molto frequentato dal nostro cinema, ma la Indigo ha utilizzato il successo e gli incassi ottenuti con la produzione di un film d'autore, La grande bellezza di Sorrentino, per costruire le fondamenta di una strada italiana al fantasyi e finanziare un film di genere più tipicamente americano e comunque inusuale per l’Italia.

Ambientato a Trieste, il film è la super storia di due adolescenze che si cercano, quella di Michele e quella di Stella (Noa Zatta), una storia in cui vengono tessuti elementi presi da diverse mitologie dei fumetti. Ci sono suggestioni da Superman, agli X-Men, fino all’Uomo Ragno e a Batman, nonché l'uso di effetti speciali, da quelli di Méliès a quelli 3D di ultima generazione.

L'esordiente Ludovico Girardello nel film veste i panni di Michele, un adolescente tormentato dai bulletti della scuola, ignorato dalle ragazze, alle prese con la timidezza e con un senso di inadeguatezza e insicurezza che non lo abbandona mai. Nel corso del film si scoprirà 'speciale' e questa nuova consapevolezza lo aiuterà a vivere il primo amore, ad affrontare il bullismo dei suoi compagni e a reggere le pressioni di Valeria Golino, che nel film è invece una madre chioccia e in divisa.
Il suo dono è infatti l'invisibilità, il superpotere piú intimo e discreto perchè puoi solo sparire.
E, come dice Spider Man: "Grandi poteri generano grandi responsabilitá".

Una storia che potrebbe benissimo prevedere uno o più sequel che lo stesso Salvatores si è dimostrato più che disponibile a dirigere, un film emozionante, pensato per un pubblico giovane, in cui, accanto all’aspetto fumettistico e super eroistico della storia, con più di un tributo ad altri supereroi americani, Salvatores mette in luce anche un'umanità dei personaggi più tipicamente italiana. Senza dimenticare la poetica che contraddistingue tutti i film di Salvatores.
In questo senso la regia si allontana dal classico film Marvel e rimane più fedele all’idea di raccontare una storia simile a quella di Lasciami entrare, ambientata nel mondo dei supereroi ma pur sempre focalizzata sui personaggi e i loro tormenti.

Il ragazzo invisibile non si limita però ad essere solo un semplice film, essendo in realtà un progetto più grande che include una graphic novel prodotta da Panini, incentrata su avventure parallele dei personaggi del film, oltre che un romanzo vero e proprio pubblicato da Salani Editore. Si tratta di un romanzo corale, in cui eventi e personaggi del film vengono approfonditi e in cui anche i personaggi minori vengono trasformati in coprotagonisti della storia.

A film, fumetto e romanzo va poi aggiunta tutta una serie di proprietà intellettuali che vanno dal logo degli speciali fino al costume, tutte sfruttabili commercialmente.

Anche la colonna sonora del film ha una storia particolare, essendo il risultato di un connubio tra le musiche originali firmate da Ezio Bosso e Federico De’ Robertis e i brani crowdsourced vincitori dell’iniziativa “Una canzone per Il Ragazzo Invisibile”, volta a dare l’opportunità a musicisti di età compresa fra i 18 e i 25 anni, senza etichetta di proporre un proprio inedito ispirato ad una scena del film.



Questi i fortunati tra più di 400 partecipanti:


- WRONG SKIN (M. Cipolla)
eseguito da Marialuna Cipolla

- HALLOWEEN PARTY (L. Benedetto)
eseguito da Luca Benedetto, Emiliano Bagnato

- IN A LITTLE STARVING PLACE (A.Viglino)
eseguito da Carillon

Ultima annotazione riguarda la fotografia straordinaria, che rende Trieste lo sfondo perfetto di un fantasy dall'incedere avvincente.

sabato 20 dicembre 2014

'Funny Girl' e la qualità potenzialmente eversiva della comicità

Titolo: Funny Girl
Scritto da: Nick Hornby
Editore: Guanda
Numero pagine: 373

“BARBARA NON VOLEVA DIVENTARE REGINETTA PER UN GIORNO, E NEMMENO PER UN ANNO.
NON VOLEVA DIVENTARE REGINETTA E BASTA.

VOLEVA SOLO ANDARE IN TELEVISIONE E FAR RIDERE LA GENTE." 

A consacrare l'indiscusso successo dello scrittore inglese Nick Hornby, dal 20 novembre scorso si è aggiunto 'Funny Girl', un romanzo ambientato negli anni della Londra dei primi anni Sessanta, quando i Beatles stavano cambiando la storia della musica e l'omosessualità era un reato penale.

'Funny girl' è un libro popolato da una serie innumerevole di personaggi della tv, registi, autori, attori e incentrato sul tema della sit com.
Siamo nei dorati anni '60 quando la meravigliosa Barbara Parker rifiuta il suo destino di "Miss Regina di Bellezza di Blackpool" per trasferirsi nella Swinging London e seguire le orme del suo idolo Lucille Ball, la famosa attrice comica degli anni Cinquanta. Perché "le reginette non fanno mai ridere" e lei invece vuole far ridere.

La scelta è vincente: Barbara diventerà in poco tempo Sophie Straw, la donna che ha rivoluzionato la tv diventando la star di 'Barbara (e Jim)', una popolare sit-com della BBC che lei stessa contribuisce a creare.

Sophie, che per stessa ammissione di Nick Hornby ricorda un po' Rosamund Pike di An Education, è una ragazza che vuole far ridere in un mondo in cui la comicità è appannaggio dei maschi.

Sullo sfondo tutto la bellezza e la bassezza del mondo dello showbiz, con le sue infinite idiosincrasie.

Uno sguardo nostalgicamente vivace, sempre attento ai cambiamenti in atto nella società, in grado di mixare sapientemente fiction e realtà: nel libro si mescolano titoli di programmi inventati a quelli realmente andati in onda, fatti puramente inventati a questioni care all’epoca rappresentata, come la liberazione sessuale e l’omosessualità, il divorzio, il diritto all’intrattenimento, al piacere, in opposizione a una concezione elitaria o punitiva della cultura.


Le cose che amo:

Nick Hornby è si riconferma scrittore e sceneggiatore dotato dell'elegante ironia a cui ci ha reso 'addicted', unita ad uno stile originalissimo che non stanca mai.

Con un grande senso del ritmo e con la cura per il linguaggio è riuscito anche questa volta a dare vita ad una prosa sobria, con una scrittura sempre molto empatica.

sabato 6 dicembre 2014

20.000 DAYS ON EARTH - Un viaggio per immagini e musiche negli abissi di Nick Cave

"Sono felice di sapere che ciò che faccio ispira scrittori e pittori, è un gran complimento per me. L’arte dovrebbe essere sempre uno scambio."
- Nick Cave-




"Il fuoco sacro dell'ispirazione non scende dal cielo. L'ispirazione è un bisogno che va alimentato. E perciò io vado in ufficio tutte le mattine, per cercarla... Ci vado tra le 8 e le 9, ogni giorno, e lì non trovo alcuna distrazione: solo una tastiera e una scrivania." 
- Nick Cave.



Un cuore vivente e pulsante contornato di spine. Lo definirei così 20,000 Days on Earth, il film che vede Nick Cave nei panni di se stesso, arrivato nelle sale italiane soltanto per 2 giorni, il 2 e 3 dicembre.
Un'ora di poesia allo stato puro, scritta e diretta dai due visual artists britannici Iain Forsyth e Jane Pollard con la collaborazione dello stesso Nick Cave.


"20.000 giorni sulla terra", proprio come quelli trascorso sulla terra da Cave: la base di partenza del film è stata infatti un'annotazione scribacchiata dall'artista australiano nel suo diario in cui si accorgeva di aver raggiunto i 20.000 giorni di vita. Da qui l'idea di mettere in scena la cronaca di un'intera giornata della vita del cantautore, un quadretto ritagliato in un momento imprecisato tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013, durante le lavorazioni del disco "Push the Sky Away".

Un viaggio negli archivi dove sono conservate le testimonianze e le documentazioni di un'intera carriera, che unisce visioni, scrittura, brandelli di vita vissuta, ritratti, retroscena, musica e genio. Ne emerge la conturbante personalità di Nick Cave, la sua vita solitaria alla ricerca di nuovi significati, nuove parole e nuove poesie da raccontare e il suo straordinario rapporto esclusivo e intenso con la parola e con la narrazione.


Nel cast, Kylie Minogue, con cui Cave incise la hit “Where the wild roses grow”, oltre che i musicisti Ray Winstone e il fido partner Warren Ellis, il polistrumentista dei Bad Seeds (la band che accompagna Nick Cave dagli anni ottanta).


Il tutto é stato realizzato riprendendo in totale libertà la vita privata e pubblica di Cave grazie all'uso di telecamere piazzate ovunque, nelle stanze della casa, nell'auto e nello studio londinese.


Accolto con entusiasmo dalla critica al Berlinale e al Sundance Festival e presentato al Festival di Torino, 20.000 Days on Earth è un viaggio che è concesso perdere solo in presenza di più che valide giustificazioni. Merita davvero.



giovedì 6 novembre 2014

BOYHOOD: un film, lungo una vita


- Dai va bene così.
- Posso usare le spondine?
- Niente spondine. La vita non regala spondine.


GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Richard Linklater
SCENEGGIATURA: Richard Linklater
ATTORI: Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Lorelei Linklater, Tamara Jolaine, Evie Thompson
FOTOGRAFIA: Lee Daniel, Shane F. Kelly
MONTAGGIO: Sandra A
PRODUZIONE: IFC Productions, Detour Filmproduction
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
PAESE: USA
DURATA: 163 Min

Vincitore dell’Orso d’argento al festival di Berlino, Boyhood è una saga familiare girata in soli 39 giorni nell'arco di ben 12 anni (tra il 2002 e il 2013).

Tutto ebbe inizio nell'estate del  2002, quando il regista e sceneggiatore Richard Linklater, riprendendo un'idea di Kubrik, decise di radunare la stessa troupe e lo stesso cast ogni anno, per dodici anni,  per girare alcune parti del film, che inizialmente doveva chiamarsi The Twelve Year Project.

Scopo del progetto: seguire la crescita dei personaggi a pari passo con quella degli attori per dare vita ad un'esperienza cinematografica assolutamente innovativa, un modo diverso di immergersi nella vita ordinaria di una famiglia ordinaria, un'esperienza unica nel suo genere che mi risulta comunque difficile catalogare come 'film'.

Interpretato da  un cast è eccellente, tra cui Ellar Coltrane,  Patricia Arquette, Ethan Hawke,  il film segue la vita del giovane Mason (Ellar Coltrane), che insieme con la sorella Samantha, intraprende un viaggio emozionante e trascendente fino all'età adulta.
Figlio di genitori separati, Mason vorrebbe soltanto una vita normale all'interno di una famiglia normale, mentre invece si ritrova ad essere sballottato qui e là a causa dei reiterati fallimenti matrimoniali della madre e  dell'eterna adolescenza del padre.

Assistiamo alle sue vicissitudini a partire dagli otto anni, quando frequenta la scuola elementare, fino ai vent'anni, quando entra al college. Nel mezzo, tante cose ordinarie che il regista texano trasforma magicamente in eventi straordinari degni di essere catturati dalla cinepresa: il rapporto con i genitori divorziati, i traslochi, le nuove scuole, i matrimoni falliti della madre, il rapporto conflittuale con la sorella Samantha, la nuova relazione del padre. E non manca l'attenzione all'evoluzione degli oggetti d’uso quotidiano, ai cambiamenti culturali, sociali e politici.

Si sta parlando insomma di un film che in qualche modo sembra incanalare il flusso della vita reale, qualcosa che si potrebbe definire la cosa più vicina ad una vita vissuta che il cinema di finzione abbia mai realizzato. Assolutamente da vedere.



martedì 6 maggio 2014

Noah: Il diluvio universale secondo Aronofsky

PRODUZIONE: U.S.A.
2014
GENERE: Drammatico
DURATA: 138’
INTERPRETI: Russell Crowe, Anthony Hopkins, Douglas Booth, Emma Watson, Jennifer Connelly, Leo McHugh Carroll, Logan Lerman, Nick Nolte, Ray Winstone
SCENEGGIATURA: Ari Handel, Darren Aronofsky
TRATTO liberamente dal libro della Genesi
FOTOGRAFIA: Matthew Libatique
COLONNA SONORA: Clint Mansell



È uscito nelle sale italiane il 10 aprile 2014 Noah, l'ultimo film diretto e prodotto da Darren Aronofsky (per intenderci, il regisa di "The Wrestler”, “Cigno Nero”). Un film carico di luci e ombre, liberamente ispirato alla storia biblica di Noè che cerca di salvare famiglia e animali dal diluvio universale, narrata nell’Antico Testamento.

“Noah” può contare su un cast di tutto rispetto: Russel Crowe nel ruolo del patriarca biblico Noè, Jennifer Connelly nei panni della moglie Naameh, Anthony Hopkins interpreta il nonno del protagonista Matusalemme e Emma Watson la figlia adottiva Ila.
Curiositá: Aronofsky è riuscito a farsi finanziare dalla Paramount Picture il film dopo quattordici anni di tentativi, solo dopo la diffusione di una graphic novel, uscita in francese, a cui aveva lavorato con un fumettista canadese, Niko Henrinchon.
E di soldi ne sono serviti davvero tanti (più di 125 milioni di dollari) se si pensa che per questo film, girato tra l’Islanda, il Messico e gli Stati Uniti, Aronofsky ha voluto costruire una vera arca, che è stata allestita in un set a Long Island, New York.

Aronofsky si è dichiarato soddisfatto dei risultati ottenuti dalla pellicola, anche se il film è stato duramente criticato a causa di inesattezze ed eccessive invenzioni (come i Watchers, i giganteschi angeli decaduti che aiutano Noè nella sua impresa), fino al punto di essere definito un mix tra Il Gladiatore, Harry Potter e Il Signore degli Anelli.

Queste critiche non sono niente se si conta che la proiezione di tale film, è stata addirittura vietata in Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Malesia, Medio Oriente, Pakistan, Qatar e nei paesi Nordafricani, in quanto secondo i loro governi “contraddice gli insegnamenti dell’Islam”. La fede islamica infatti vieta di dare un volto umano ai profeti e alle figure sacre e Noè è un profeta a cui il Corano dedica un capitolo intero. Per questo, Al-Azhar, l’autorità sunnita più importante dell’Islam, ha emesso una fatwa contro il film: “Al-Azhar ... rinnova la sua obiezione contro ogni forma artistica che dipinga i profeti di Dio e i compagni del Profeta Maometto”. Essi “disturbano i sentimenti dei credenti, sono vietati nell’Islam e rappresentano una chiara violazione della legge islamica”, si legge poi sulla fatwa.

Anche il tentativo, non riuscito, di Crowe e Aronofsky di ottenere un incontro privato con Papa Francesco per mostrargli l’opera in anteprima, si è rilevato essere un fallimento, senza considerare che lo stesso recensore di Avvenire ha definito Noah 'strano' e 'sconcertante', anche se 'visivamente potente', una 'grande occasione perda, perché senza Dio'.

Al di là delle polemiche e al di là del fatto che il film risulta un po' pesante (2 ore e mezza non sono mai poche), le scenografie e la fotografia (quest'ultima di Matthew Libatique già premio Oscar per “Il cigno nero”) meritano veramente. Senza contare poi i meravigliosi colori dei tramonti e delle albe, i giochi di chiaro-oscuro che creano un'accecante angoscia e la scena del racconto della nascita della terra .
Sicuramente da menzionare è la colonna sonora, curata dal compositore britannico Clint Mansell, che comprende anche un inedito (“Mercy Is”) cantato da Patti Smith e scritto da lei con Lenny Kaye. Si tratta di un brano appositamente creato per questo lungometraggio, in cui la Smith abbandona le vesti di sacerdotessa laica del rock per riscoprire la fede religiosa.

Una pellicola stracolma di effetti speciali insomma, di cui ricorderò di certo i due momenti ben precisi in cui Noah dipinge l'inferno e la perdizione umana in modo così vivido da essere rimasta impressionata.

"PELLE" di Erica Zanin

"PELLE" di Erica Zanin
Un romanzo in vendita su www.ilmiolibro.it

"PELLE", il mio primo romanzo che consiglio a tutti!

Siamo nella Milano dei giorni nostri, in quella zona periferica che da Greco conduce a Sesto San Giovanni. In un autobus dell'ATM, un autista, ormai stanco del suo lavoro, deve affrontare una baby gang che spaventa i suoi passeggeri. Si chiama Bruno ed è uno dei tanti laureati insoddisfatti costretti a fare un lavoro diverso da quello da cui ambivano: voleva fare il giornalista e invece guida l'autobus nella periferia di Milano. Ma non gli dispiace e non si lamenta. E' contento lo stesso: è il re del suo autobus e i suoi passeggeri sono solo spunti interessanti per i racconti che scrive. Li osserva dallo specchietto retrovisore, giorno dopo giorno, li vede invecchiare, li vede quando sono appena svegli e quando tornano dal lavoro stanchi morti, e passa il tempo ad immaginarsi la loro vita. Finché nella sua vita irrompe Margherita, con la sua vita sregolata, con i suoi problemi di memoria, con i suoi segreti. E tutto cambia. Fuori e dentro di lui.