mercoledì 9 ottobre 2019

I FUNERACCONTI: RIDERE, SORRIDERE E SOGGHIGNARE PERCHE' A MORTE STA NCOPP' A NOCE D'O CUOLLO


Titolo: I Funeracconti
Autore: Benedetta Palmieri
Casa editrice: Feltrinelli
Anno: 2011
Pagine: 144
Genere: Questo non è un libro, questa è una malinconica risata
Prezzo: 14,00 euro


Romanzo no. Raccolta di racconti no. Saggio no.
Inquadrare questo libro mi è risultato veramente difficile e alla fine ho deciso: questo non è un libro, questa è una malinconica risata liberatrice.


Ad essere più precisi è una raccolta di racconti, o meglio, di Funeracconti.
Ma aspettate a indignarvi per il tema trattato. Non è l’ennesimo libro che parla di tragedie più o meno realistiche: qui, con ironia e sarcasmo, viene raccontata la quotidianità vista dal versante più impervio, quello della morte e della paura di morire.


Così, racconto dopo racconto, ci si trova partecipi di un teatrino spassoso fatto di personaggi improbabili che danno vita alla morte, con seduzione, raffinatezza e meraviglia.
La morte di sconosciuti, come nel caso del presenzialista dei funerali, un appassionato di cerimonie funebri che partecipa alle esequie di gente che non conosce, annotando impressioni e suggestioni nel suo "curriculum mortis". Ma anche la morte di familiari vicini, come quella che è toccata a Maria Addolorata, la proprietaria di un’agenzia di pompe funebri con un semplice motto vincente alla base del suo volume di affari straordinario: "A ogni cerimonia il proprio stile". Senza dimenticare la morte dei fiori di appartamento, che per qualcuno, come Guadagno Percetti, può diventare “un interesse discreto, silenzioso e straordinario”. O la morte tout court, come quella celebrata dalla redazione di "Glamourt", da anni tra le sette riviste più eleganti elette da Death Charm, e due volte premio della critica ai Funerary Awards. Senza dimenticare la morte nella solitudine di chi rimane, che Luciana, "dama di condoglianza", cerca di quietare, o la morte come diversivo, come quella rappresentata da FuneraLand, il parco giochi dove ci si diverte da morire grazie a 16 funerali straordinari e 50 ettari di aldilà e dove anche i più piccoli possono prendere dimestichezza con la morte, in allegria e all’aria aperta. E poi, la morte che intossica la vita, come l’effetto che ha la collezione di rarissimi carri funebri di Gaeta’ sulla moglie.



Insomma, mi arrendo: Benedetta Palmieri, hai vinto, sei più pazza di me per sorridere alla morte con seduzione e raffinatezza, nonché una buona dose di scaramanzia e disincanto. Il tutto condito da una velata napoletanità che contribuisce a trasformare momenti tristi in situazioni comiche e teatrali, giocando con paradossi, luoghi comuni e con la meraviglia.

Perché “I morti sono vivi accanto a noi, e morti siamo noi che ancora viviamo; i santi sono più carne e sangue che spirito, e sono uomini morti pure loro, per questo li trattiamo pari a pari.”

lunedì 23 settembre 2019

IL MONDO NEGLI SCATTI DEL SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS



Info sulla mostra:
Titolo: Sony World Photography Awards
Location: Villa Reale di Monza, viale Brianza 1 – Monza
Orari: Da martedì a domenica: 10.00 – 19.00
Lunedì Chiuso
Quando: Dal 13 settembre al 3 novembre 2019


Grayson Perry - Birth
La vita che scorre in ogni parte del mondo, le tracce che lascia nel paesaggio e negli uomini stessi. 

Piccoli irrilevanti quanto importantissimi dettagli immortalati dai fotografi: un’esposizione interessante aperta fino al 3 novembre 2019 nella splendida cornice della Villa Reale di Monza delle foto vincitrici e finaliste dei Sony World Photography Awards, giunto alla dodicesima edizione.


200 fotografie selezionate tra una rosa di 326.997 candidature presentate da fotografi originari di 195 Paesi e territori, offrono una bellissima panoramica del mondo. E il titolo di Fotografo dell’Anno, il più ambito del concorso, è stato assegnato proprio al fotoreporter italiano Federico Borella.

Federico Borella - Five Degrees
Nella serie intitolata Five Degrees, presentata per la categoria Documentario, Borella va alla ricerca delle ragioni nascoste dietro alla piaga di suicidi maschili nella comunità agricola Tamil Nadu, nel sud dell’India. Queste morti potrebbero forse essere legate alla grave siccità che ha colpito il paese? Al riscaldamento globale? Alla difficoltà a ripagare i debiti contratti per avviare l’attività agricola, a causa del tempo avverso, di fattori economici o di una pessima gestione idrica del territori?.
Tra ritratti di soggetti immortalati in una natura per lo più malata, mi ha colpito molto la foto che ritrae il teschio di uno di questi contadini nella mano di un membro dell’Associazione Agricoltori dell’India del sud.
Insomma temi complessi legati a una realtà complessa, raccontati con una sensibilità e una potenza delle immagini travolgente unita a una grande varietà di tecniche utilizzate.

Marinka MasséusChosen [not] to be.
Belle le idee

Quella di Marinka Masséus, ad esempio, vincitrice nella categoria Creativa dei Professionisti con la sua serie Chosen [not] to be.

Mentre passando alla categoria Documentario, ho trovato molto belle le foto di
Mustafa Hassona, vincitore del terzo posto nella categoria Documentario con Palestinian Right of Return Protests.


Mustafa Hassona - Palestinian Right of Return Protests.

Bello lo storytelling dietro i progetti

Jasper Doest - Meet Bob 
Come quello di Meet Bob di Jasper Doest, al primo posto nella categoria Natural World & Wildlife della sezione Professionisti, che racconta la storia di Bob, un fenicottero che si è ferito gravemente planando per sbaglio contro il vetro di un hotel. Bob viene curato sull’isola di Curaçao, nel Mar dei Caraibi meridionale, ma è costretto a vivere in mezzo agli uomini poiché non è più in grado di vivere in libertà, integrandosi con loro e diventando un simbolo.

È possibile guardare gli scatti dei finalisti dei concorsi Professionisti e Student Focus all’indirizzo worldphoto.org/press, nonché partecipare alla nuova edizione del concorso: dal 4 giugno 2019 sono infatti aperte le iscrizioni per l’edizione 2020 dei Sony World Photography Awards. Maggiori informazioni si trovano sul sito del concorso.

giovedì 12 settembre 2019

MARTIN EDEN: L'EPICA DEL MARE E DELLA POESIA

  
Titolo: Martin Eden (Italia, Francia 2019)
Regia: Pietro Marcello
Attori principali: Luca Marinelli, Jessica Cressy, Denise Sardisco, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Fotografia: Francesco Di Giacomo, Alessandro Abate
Scenografia: Roberto de Angelis, Luca Servino
Musica: Marco Messina e Sacha Ricci per ERA, Paolo Marzocchi
Suono: Stefano Grosso
Effetti visivi: Luca Bellano
Data di uscita: 04 settembre 2019
Genere: Drammatico
Durata: 129’




“Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita, e in fondo in fondo sprofondò nel buio. Solo questo seppe. Sprofondava nel buio. E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo”.
Martin Eden, Jack London.

Martin Eden non è un nome italiano ma noi lo leggiamo all’italiana, con la “e”, perché la storia di questo film si è trasferita a Napoli, dalla San Francisco originale in cui è ambientato il romanzo omonimo di Jack London.

Pietro Marcello lo reinterpreta così, con un tentativo riuscito di mettere da parte il timore reverenziale e trasformare un autore classico come Jack London in contemporaneo. E così, se il romanzo è del 1909, il racconto si estende all’intero “secolo breve” europeo, grazie anche alla capacità del regista casertano di fondere formati, sequenze, foto, filmati d’archivio e stili differenti in felice anarchia temporale.

E infatti il film si apre con un filmato di repertorio che ritrae l’anarchico Errico Malatesta durante la manifestazione a Savona dell’1 maggio 1920. Ma, un po' come in tutti i corsi e ricorsi della storia, anche in questa pellicola il tempo della speranza lascia presto il posto al tempo della burrasca, quella contemplata nella stessa Teoria dell’evoluzione di Spencer. Il risultato sarà l’improvviso inabissarsi dell’antico veliero e, con lui, l’approdo sulla terra ferma di tutti coloro che hanno creduto nella lotta di classe e nell’emancipazione.

E la storia in questo caso è quella di Martin Eden, un marinaio, squattrinato e poco acculturato,che ha salvato da un pestaggio Arturo, un giovane rampollo della borghesia industriale che lo invita nella sua casa. A questo punto, il grande Luca Marinelli entra con l’intensità che lo caratterizza nei panni di questo marinaio autodidatta che, catapultato all’improvviso in un ambiente alto-borghese, in cui si sente un reietto, con tante rinunce e sacrifici, conquista fama e successo da letterato. 

La molla di tutto è l’incontro con Elena Orsini (Jessica Cressy), la sorella del ragazzo, di cui s’innamora. Fra i due c’è un abisso sociale e culturale, in cui la storia entra nella storia per mezzo di una narrazione che replica i meccanismi del subconscio, tra associazioni mnemoniche e oniriche di visioni del passato (i balli con la sorella da bambini) e il racconto della Storia con la S maiuscola vissuta dal l’individuo e dalla collettività.

Siamo infatti nel secondo dopoguerra, in un clima politico agitato segnato dai conflitti tra lavoratori e capitale, tra gli ideali del socialismo e del liberalismo, che innesca le riflessioni di Martin.
In questo contesto, detto con le parole di Luca Marinelli, «Martin Eden è un essere umano di grande sensibilità, di grande curiosità e di grande empatia; ha un’enorme voglia di scoprire, di vedere, di toccare con mano. Subisce però innumerevoli delusioni. Scala una montagna solo per apprendere, una volta giunto in cima, che vi risiede un triste accampamento, e che la cosa migliore non è mai stata arrivare fin lì, alla meta, ma forse proprio la partenza. Il viaggio».

Così, grazie a questo film, l’attore romano,  che avevo già apprezzato in Lo chiamavano Jeeg Robot dove interpretava la parte dello Zingaro, si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, durante la cerimonia di premiazione della Mostra del Cinema di Venezia. E dajeee: pare che dopo il discorso che ha pronunciato gliene volessero dare un'altra! 😁

"Giuro che non sarò breve. Mi sembra una situazione assurda, prima che vi rendiate conto dell'errore che avete fatto vado avanti con i saluti. Vorrei ringraziare Pietro Marcello, per la fiducia e per avermi regalato questa avventura. Napoli che si è donata corpo e immagine a questo film. Vorrei ringraziare mia moglie e due meravigliosi figli che accarezzano la mia anima con i loro sorrisi. Ho questo premio tra le mani grazie a Jack London, che ha creato questo personaggio del marinaio. Vorrei ringraziare tutti i marinai e le persone che salvano gli uomini in mare".

Insomma, un film bello e beffardo come un destino che comincia a sorriderti solo quando non serve più. Come quello di Martin, e del suo tentativo di fare della cultura uno strumento di emancipazione, nonché la ragione della propria esistenza. Per poi rimanerne deluso, perdendo il senso della propria arte.

Ma per quanto disilluso e tormentato, l’eroe di Jack London ci ricorda che non esiste alcuna emancipazione senza quell’empatia che ti scalda il cuore.

venerdì 6 settembre 2019

MADRE! OVVERO ARONOFSKY E' UN PAZZO E IO LO ADORO!



Regia: Darren Aronofsky
Genere: Horror, Drammatico, Thriller
Anno: 2017
Paese: USA
Durata: 121 min
Formato: Colore
Attori principali: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeiffer, Domhnall Gleeson




"Tu non ami me, ma il mio modo di amarti."
Prima cosa da chiarire subito: Aronofsky è un pazzo!
Seconda cosa: Aronofsky è un pazzo che io stimo molto!

Fatte queste premesse posso cominciare a parlare di Madre! (Mother!), un thriller esoterico del 2017, scritto e diretto appunto da Darren Aronofsky, che sfiora il capolavoro.



Un film disturbante e controverso che ha spaccato in due la critica e anche me.
Se da una parte sono rimasta ammaliata e irretita dalla sua audacia cinematografica e dal suo humor nero, dall’altra la regia claustrofobica e il carattere estremo e sopra le righe di un racconto che non ha paura di rasentare il kitsch o il ridicolo, mi hanno letteralmente spiazzato.


L’effetto onirico e claustrofobico sarà forse dovuta al fatto che l’unico luogo dove vengono ambientate tutte le scene è una casa in mezzo alla foresta dove i due protagonisti Jennifer Lawrence e Javier Bardem vivono insieme. Lui, un Dio Poeta amato e stimato, anche se in profonda crisi creativa, interpretato da Javier Bardem; lei, un’eterea Jennifer Lawrence, profondamente innamorata del suo “Dio”.
Il loro rapporto idilliaco viene distrutto dall’arrivo di uno sconosciuto (Ed Harris), un grande fan del Poeta, che Javier decide di ospitare anche senza il consenso della moglie. Poco dopo lo sconosciuto viene raggiunto dalla propria moglie, interpretata da Michelle Pfeiffer, e dai figli.


Nascosto dietro le righe, ma neanche troppo, il film utilizza la Bibbia come espediente narrativo per rappresentare il rapporto tra gli esseri umani e la Madre Terra.
La Madre!, appunto, è destinata a soccombere a causa dell’invadenza distruttiva degli ospiti che popolano la Terra, incapaci comprendere e rispettare il suo grande amore.
Seguendo questo filone, c’è chi vuole anche che, in ottica cristiana Javier Bardem e Jennifer Lawrence rappresentino rispettivamente Dio e la Madonna mentre Ed Harris e Michelle Pfeiffer dovrebbero rappresentare Adamo (tanto che anche lui ha una ferita sul fianco all’altezza della costola) ed Eva che compiono il peccato originale, ovvero rompono il cristallo che il Poeta custodisce gelosamente nel suo studio. 
E' proprio questo evento a scatenare tutta una serie di eventi catastrofici che faranno vacillare la pazienza di Madre, fino a un definitivo crollo di nervi.

Sarà lo stesso Aronofsky a spiegarlo:
“Ci sono elementi completamente biblici che mi hanno sorpreso – alcune persone li hanno colti immediatamente, altre non ne hanno avuto idea, e penso dipenda esclusivamente dal modo in cui siano state educate. La struttura per il film è stata la Bibbia, utilizzandola come un modo per discutere di come gli esseri umani hanno vissuto qui sulla Terra. Ma doveva essere anche ambigua, perché non è una storia, è qualcosa di più strutturale. Molte persone non stanno guardando il quadro completo, ci sono molte piccole cose ed Easter Eggs e su come le cose si collegano tra di loro, e penso che sia parte del divertimento di eviscerare il film. Ho iniziato con le tematiche, l’allegoria; ho voluto raccontare la storia di Madre Natura dal suo punto di vista. Mi sono anche reso conto che renderla una persona che si occupa della sua casa e che si occupa del suo uomo creava un legame, che c’era una connessione. Quindi, questo è il tema da cui sono partito, ho scritto la storia, che è diventata una storia molto umana su questa coppia che viene invasa da queste orde. E poi mentre giri un film ritorni sempre a quei temi originari e inizi a capire: ‘Bene, come posso esprimere questa cosa visivamente e acusticamente con tutti i diversi strumenti che ho a disposizione come regista?’ Quindi è qualcosa di circolare più o meno.”

Per il ruolo della protagonista principale la scelta è caduta su Jennifer Lawrence, diventata popolare nel 2012 con Il lato positivo e Hunger Games. Questo film ha certamente segnato la sua vita, in primis perché le è costato la dislocazione di una costola e una crisi di iperventilazione durante le riprese di una scena intensa, ma soprattutto perché tra una ripresa e l’altra, è nata anche una storia d’amore tra lei e il regista.

Eppure, nonostante tutto, il film è stato accolto negativamente alla 74ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e nell'edizione dei Razzie Awards 2017, il film ha ricevuto tre candidature per la peggior attrice (Jennifer Lawrence), il peggior attore non protagonista (Javier Bardem) e il peggior regista (Darren Aronofsky).


Per fortuna tra chi difende questo film lodandone il coraggio ci sono anche la performer Marina Abramovic e il regista Martin Scorsese, altrimenti mi sarei sentita un po’ confusa per la stima che ho provato e per il mio timido applauso...sicuramente da vedere!

giovedì 2 maggio 2019

KILLING SONGS: THE KILLING MOON - ECHO & THE BUNNYMEN



Esistono canzoni che appena le senti capisci che ti sono già entrate dentro, così, all’improvviso, iniettando dentro di te una sensazione che sfugge al tuo controllo.
Canzoni che non ti lasciano respirare,  che ti esplodono dentro lasciandoti ammutolito, in ascolto.

The Killing Moon di Echo & the Bunnymen mi ha fatto questo effetto. L’ho sentita cantare da Manuel Agnelli e ho subito pensato che io questa soffice ballata onirica io la conoscevo già, che l’avevo già sentita milioni di volte anche se non avevo la più pallida idea di chi la cantasse.

E in effetti probabilmente l’avevo già sentita in diversi film (Donnie Darko, La ragazza della porta accanto, 13 reason why), ma più probabilmente era già dentro me prima ancora di essere scritta.

“È una canzone che riguarda la sensazione di essere predestinati“

Così ne parlava Ian Stephen McCulloch, il leader degli Echo & the Bunnymen, mentre raccontava di come il pezzo fosse stato registrato principalmente a Parigi, tra bottiglie di Beaujolais e centinaia di pacchetti di Gauloises,  negli Studios des Dames e Davout, attaccati a Monmartre. La leggenda, probabilmente messa in giro da McCulloch stesso, vuole che il ritornello della canzone gli fosse apparso in sogno cantato nientemeno da Frank Sinatra. 

“I’ve always said that The Killing Moon is the greatest song ever written. I’m sure Paul Simon would be entitled say the same about Bridge Over Troubled Water, but for me The Killing Moon is more than just a song. It’s a psalm, almost hymnal. It’s about everything, from birth to death to eternity and God – whatever that is – and the eternal battle between fate and the human will. It contains the answer to the meaning of life. It’s my “To be or not to be …” […] We went to Leningrad, then this place called Kazam, where nobody from outside Russia had been since 1943 or something. We went to a museum full of tractor parts and this very strange party organised by the young communists where everyone wore pressed Bri-nylon flares. But there was a lot of music and we came back full of ideas of Russian balalaika bands, which Les used for the middle of the song – this rumbling, mandolin-style bass thing.”Intervista da The Guardian. Ian McCulloch and Will Sergeant: how we made The Killing Moon

Nient’altro da aggiungere....




Testo:

The Killing Moon
ECHO & THE BUNNYMEN
Ocean Rain, 1984


Under blue moon I saw you 
So soon you'll take me 
Up in your arms, too late to beg you 
Or cancel it, though I know it must be 
The killing time 
Unwillingly mine 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 

In starlit nights I saw you 
So cruelly you kissed me 
Your lips a magic world 
Your sky all hung with jewels 
The killing moon 
Will come too soon 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 

Under blue moon I saw you 
So soon you'll take me 
Up in your arms, too late to beg you 
or cancel it though I know it must be 
The killing time 
Unwillingly mine 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 
You give yourself to him 

La la la la la... 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 
You give yourself to him 

La la la la la... 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give your...self to him 

Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin 
He will wait until 
You give yourself to him 


La la la la la...

lunedì 29 aprile 2019

The road, recensione scomposta

Titolo: The Road
Genere: Drammatico, thriller.
Durata: 111 minuti.
Paese di produzione: Stati Uniti d’America.
Regia: John Hillcoat
Attori principali: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee , Charlize Theron, Guy Pearce, Robert Duvall, Molly Parker
Tratto da: romanzo Premio Pulitzeer 2006 "La strada" di Cormac McCarthy (Ed. Einaudi)
Musiche: Warren Ellis, Nick Cave
Data uscita: 28 Maggio 2010




Se n’era andata e quella freddezza era stata il suo ultimo regalo. Morì chissà dove nel buio.Non c’è altra storia da raccontare.




Un mondo post apocalittico, in coma. Zero forme di vita, vegetale ed animale. L’America è una pianura piatta e scheletrita in cui pochi superstiti vagano alla ricerca di cibo nel freddo senza luce di una fitta coltre di fumo.


Un padre (Viggo Mortensen) e suo figlio di circa 8 anni (Kodi Smit-McPhee) seguono la strada verso sud, alla ricerca di un clima più tollerabile, alla ricerca della salvezza, alla ricerca di un mare che non ha più nemmeno il colore del mare.

L’amore smisurato che c’è tra di loro, la mancanza di tutto, la consapevolezza del padre di non poter difendere il proprio figlio per sempre, il tentativo di insegnare al figlio come sopravvivere.




Una pellicola cupa, rigorosa, quasi insostenibile per lo spoglio realismo, che ha messo insieme con ritmo serrato il drammatico, il thriller, ed il post-apocalittico

The Road è un interessantissimo film a volte spietato, altre commovente realizzato nel 2009 dal regista australiano John Hillcoat, tratto con inutile fedeltà dal romanzo di Cormac McCarth La strada, pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Pulitzer nel 2007.

Il film è stato tenuto dal produttore nel cassetto per un anno e dal distributore italiano per altri sei mesi. Entrambi speravano che la crisi sociale, originata da quella economica, finisse, temendo che il tono greve che caratterizzava il film è la filosofia hobbesiana dell’ “homo homini lupus”, che ne era alla base, potesse appesantire il clima da crisi economica. Ma la crisi era appena cominciata, quindi non restava altro da fare...
E forse proprio a ripristinare un barlume di speranza serve la morale familiare religioso/cristiana con cui sembra chiudersi.


In tutto questo, la presenza di una star del calibro di Charlize Theron imposta da Hollywood ha spinto gli sceneggiatori a dare maggiore spazio al personaggio della moglie del protagonista, che nel libro di Mccarthy occupava poche pagine, togliendo equilibrio e conferendo pesantezza alla pellicola.

Spettacolare invece Viggo Mortensen, uno di quegli attori che ha talmente bisogno di immedesimarsi nel suo personaggio che ha deciso di dormire indossando i suoi vestiti quotidiani e di affamarsi in modo terribile, tanto che i commessi di un negozio di Pittsburgh lo hanno via, convinti che fosse un senzatetto.

Altro elemento degno di nota è la colonna sonora minimalista composta da Nick Cave e Warren Ellis, un sapiente miscuglio di suoni sinistri e oscura bellezza, tra violini, piano, suoni elettronici e loop sonori.

Ma questa non è la prima volta di Nick e del suo barbuto collega: lo aveva già fatto nei western "La proposta" e "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" e lo rifarà in seguito con Lawless, sempre di John Hillcoat.

Con poche e azzecate soluzioni pianistiche e l'immancabile violino, il duetto australiano è riuscito a ricreare in 17 sezioni strumentali un sottofondo onirico decadente e delicato per il lungometraggio, una finestra per riprendere fiato mentre ci muoviamo stretti tra il nero del mare e il grigio del cielo.

1. "Home" (2:04)
2. "The Road" (3:40)
3. "Storytime" (2:25)
4. "The Cannibals" (2:03)
5. "Water And Ash" (1:31)
6. "The Mother" (2:46)
7. "The Real Thing" (2:32)
8. "Memory" (3:42)
9. "The House" (3:16)
10. "The Far Road" (2:45)
11. "The Church" (1:34)
12. "The Journey" (4:14)
13. "The Cellar" (1:08)
14. "The Bath" (2:31)
15. "The Family" (3:41)
16. "The Beach" (3:45)
17. "The Boy" (3:11)


lunedì 11 febbraio 2019

GREEN BOOK: QUANDO NERO DOCET




Genere: Commedia
Regia: Peter Farrelly
Attori principali: Mahershala Ali, Viggo Mortensen, Linda Cardellini, Mike Hatton
Sceneggiatura: Nick Vallelonga, Peter Farrelly, Brian Hayes Currie
Fotografia: Sean Porter
Montaggio: Patrick J. Don Vito
Musica: Stu Goldberg, Kris Bowers
Produzione: DreamWorks, Participant
Anno e paese di uscita: USA, 2018




“Basta un passo, perché il mondo è ricco di persone sole che per timidezza non lo fanno”. Tony Lip

Wow! Per fortuna mi hanno consigliato di vederlo, perché credo che altrimenti Green Book non avrebbe mai attratto la mia attenzione. Un po' perché i film semi demenziali dei fratelli Farrelly non mi fanno impazzire ("Tutti pazzi per Mary" e "Scemo e più scemo", per intenderci), un p'’ perché il tema e la trama mi davano un po' un’idea di pesantezza.

E invece no, Green Book è un film che dice, ammazza se dice.


Una commedia on the road, con due figure in rilievo alle prese con un viaggio negli Stati Uniti più integralisti a bordo di un'elegante Cadillac azzurra, in un'America anni Sessanta, piena di odio e settarismo tra bianchi e neri, poveri e ricchi, omosessuali e eterosessuali.

La trama si basa sull'incontro/scontro tra i due protagonisti Viggo Mortensen, nei panni del buttafuori italoamericano Tony "Lip" Vallelonga, e Mahershala Ali, che interpreta Don Shirley, un raffinato pianista e jazzista nero di grande successo ed eleganza. Uno l'opposto dell'altro - un  po' rude, sbrigativo, sboccato ma leale e devoto alla famiglia il primo, educato, elegante, pieno di stile e colto il secondo -, i due viaggeranno insieme in turné - il bianco a fare da autista al nero - in un duetto pieno di situazioni picaresche e tragicomiche e imprevisti spesso divertenti e a tratti teneri ed emozionanti.

E infatti, a guardare bene, Green book è la storia di un percorso, perché ogni personaggio, in fondo, ne compie uno, fino ad arrivare ad un ribaltamento di piani etnici. Così Don Shirley, che inizialmente era il ritratto della solitudine e della compostezza, si ritroverà a trascorrere la cena di Natale a casa del nuovo amico, simbolo invece di incontaminati affetti.
Un ribaltamento in tutti i sensi, anche nella figura del “magical negro” proposta è riproposta da Spike Lee: qui non è un nero ma un bianco che nella trama del film ha lo scopo di aiutare non un bianco ma un nero a risolvere i propri problemi. Un “magical white”, insomma.

Anche il titolo riprende il tema dell’America segregazionista, perché fa riferimento al The Negro Motorist Green Book, una guida scritta da Hugo Green e pubblicata dagli anni 50, che serviva ai viaggiatori afroamericani a individuare motel e ristoranti che li avrebbero accettati senza rischi.

Il film è già stato riempito di riconoscimenti: standing ovation alle prime proiezioni al Toronto Film Festival dove si è aggiudicato il People’s Choices Award, vittoria ai Golden Globe Awards 2019 dove ha ricevuto 3 Golden Globe. In primis per la miglior commedia, poi per l’attore Mahershala Ali (visto recentemente anche in House of cards), e per la sceneggiatura ispirata alla storia semiseria realmente accaduta di Tony Lip, padre appunto dello sceneggiatore Nick Vallelonga, che ha scritto il film insieme al regista Peter Farrelly.
Manca solo il Premio Oscar, ma ci siamo quasi! Per il momento è candidato a 5 Premi Oscar 2019: miglior film, migliore attore protagonista (un incredibile Viggo Mortensen che per entrare nel personaggio è dovuto ingrassare di ben 20 kg), migliore attore non protagonista (Mahershala Ali, e, curiosità, sarebbe la prima volta per un musulmano), migliore sceneggiatura originale e migliore montaggio.

Insomma Green Book ha passato il mio esame e continuerò a ricordarlo per il suo perfetto equilibrio fra risata e parabola sulla tolleranza, per l’uomo raffinato che impara a mangiare il pollo fritto con le mani, così come per gli occhi degli schiavi nei campi della Louisiana quando vedono un autista bianco portare in giro il signore nero.

Perché, come Don Shirley insegna, “La dignità prevale su tutto. Sempre”.

giovedì 27 dicembre 2018

ADDIOPIZZO E LA PALERMO RITROVATA


"In questi anni nell'area occidentale della città, diversi commercianti e imprenditori hanno maturato la forza e il coraggio di denunciare i propri estorsori. Sono operatori economici che, con l'ausilio di Addiopizzo, hanno dato il loro contributo alle indagini. La straordinaria azione delle forze dell'Ordine e della magistratura ha inferto dei colpi molto pesanti a Cosa Nostra, ma se a tale lavoro non seguirà un atto di coraggio e di responsabilità da parte di chi è taglieggiato, i nuovi estorsori si ripresenteranno per riaffermare la loro signoria territoriale sul quartiere e sulle attività economiche", Associazione Addiopizzo.



 "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità".


Una frase che mi è piaciuta tantissimo e che è diventata il motto del Comitato Addiopizzo, un movimento antimafia palermitano, che dal 2004 si è fatto portavoce di una vera e propria "rivoluzione culturale". 

A raccontarmi la storia di Palermo e di questa associazione, è stato un ragazzo, un giovane e coraggioso padre di famiglia, che dedica parte del suo tempo libero a far conoscere a cittadini, studenti e turisti quelle persone, quei luoghi a quelle storie che testimoniano la dominanza della prepotenza mafiosa nella vita quotidiana palermitana, cosi come anche la volontà di schierarsi contro di essa e aderire alla rete "Pago chi non paga".
Il tutto con uno storytelling emozionale itinerante, tra le vie di una Palermo neanche troppo nascosta. 


L'obiettivo? La promozione di un'economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del "consumo critico Addiopizzo". 

In che modo? Organizzando incontri con cittadini, commercianti, scuole e parrocchie. 

Perché questo ragazzo mi ha ricordato che tutti possiamo avere un ruolo attivo nella lotta al racket facendo scelte d'acquisto consapevoli, optando per i prodotti e servizi offerti da chi si è rifiutato di pagare il pizzo.
E se arte vuol dire generare qualcosa di bello e prezioso dal caos, allora anche Addiopizzo è un'arte.


Mi è piaciuta anche l'idea di fondare Addiopizzo Travel, un tour operator che propone turismo etico pizzo-free per chi dice no alla mafia. Un'ulteriore declinazione della strategia del consumo critico contro il pizzo, applicata al settore del turismo, che offre la possibilità di conoscere persone, luoghi e storie di chi ha fatto una scelta coraggiosa.
Una nuova esperienza da provare, rincorrendo la giustizia e la libertà.



domenica 16 dicembre 2018

AUTOTERAPIA DI MAURIZIO RUGGIANO: QUANDO LE FERITE DIVENTANO LUCE



"L'arte è una ferita che si trasforma in luce", Braque.

Classe 1966, una collezione di disagi e una serie di relazioni travagliate alle spalle tra cui quella conflittuale con i propri genitoi abusi sessuali e il proprio vissuto di omosiessualità.

E la ricerca. La ricerca di se stesso ad ogni costo, e di un modo per ricucire gli strappi, in monasteri francescani, così come attraverso il buddismo tibetano, la macrobiotica e la mistica sufi, e il superamento del trauma attraverso l'arte e l'autoanalisi che questa implica.

Il risultato? Installazioni, foto, video, computergrafica, arazzi composti con oggetti riciclati, come immagini simboliche di blocchi psichici. Crudezza e candore, una vertigine di corpi, sessi, lotte e emozioni sfilano di fronte ai volti di spettatori quasi anestetizzati dalla vita, per cercare di sconvolgerli, di trapiantare un germe in loro.

È l'Autoterapia di Maurizio Ruggiano, una necessità espressiva, ma anche un processo di confessione, elaborazione e trasformazione con ambizione alla funzione terapeutica.



E quando parliamo di trasformazione ci riferiamo al mutamento a 360°: un rito liberatorio che vadalla trasformazione di sé, alla lavorazione dei feticci e dei materiali di scarto, per mettere ordine nel disordine della vita.

Domando perché come sfondo delle sue opere inserisce sempre delle linee verticali colorate."Per rimanere ancorato alla realtà, mentre la mente viaggia" risponde, circondato da vecchi peluches ingabbiati e video con un'a storia emotiva lacerante.


Un artista a tutto tondo, formatosi all'Accademia di Belle Arti di Palermo, che fino al 26 gennaio 2019 espone le sue opere presso l’Associazione Nuvole di Palermo, in una mostra personale a cura di Luciana Rogozinski.

martedì 4 dicembre 2018

ROMA DI CUARON: ECCO PERCHE’ DEVI CORRERE AL CINEMA




«Siamo tutte sole», disse la padrona di casa parafrasando la famosa frase di mia madre: «Nasciamo sole e moriamo sole».

Titolo originale: Roma
Genere: Drammatico
Regia: Alfonso Cuarón
Attori principali: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey
Anno e paese di produzione: Messico, USA, 2018
Durata: 135 minuti
Uscita al cinema: lunedì 3, 4 e 5 dicembre 2018
Distribuzione: Cineteca di Bologna




Il consiglio è: correte al cinema per non perdervi la possibilità di vedere l’ultimo capolavoro di Cuarón sul grande schermo. Avete tempo fino al 5 dicembre (anche se il Cinema Beltrade di Milano ha aggiornato la programmazione proponendolo fino all'11 dicembre), poi, dal 14, Roma sarà disponibile su Netflix. Ma non sarà sicuramente la stessa cosa.
Perché?
Perché un film girato in bianco e nero in 65 millimetri ha bisogno del buio della sala per essere gustato appieno. Perché le coraggiose sale indipendenti che hanno deciso di proiettare “Roma” sono state minacciate di rappresaglie e ritorsioni. Perché, dopo il gran rifiuto di Cannes, che ha escluso i film prodotti dalle piattaforme (tra cui quello dei fratelli Coen), Roma è riuscito comunque a trionfare all’ultima Mostra di Venezia.
E, se tutto questo non bastasse, perché Roma è un film di una straziante bellezza, il ritratto di una famiglia durante gli Anni Settanta a Città del Messico.

Una storia all’interno della storia, dal macro, al micro: in una stagione di profonda instabilità politico-economica in cui le tensioni sociali non tardano a farsi sentire, Cleo si occupa di accudire con amore e devozione, 24 ore su 24 no stop, marito, moglie, nonna, quattro figli + un cane, in una famiglia benestante in cui presta servizio come domestica tuttofare.
E in un bellissimo bianco e nero, Cuarón racconta la solitudine e la dignità umana profonda di questa donna, la sua quieta implosione che la porta a sorprendersi di quanto giocare a "fare finta di essere morta" sia sorprendentemente piacevole, un po’ come cantava Bjork:



I play dead,It stops the hurtingI play deadAnd the hurting stops.





E se anche voi vi chiedete, così come ho fatto io, cosa c’entra Roma con tutto questo, Beh, eccovi la soluzione: Roma è un quartiere medioborghese di Città del Messico.

"PELLE" di Erica Zanin

"PELLE" di Erica Zanin
Un romanzo in vendita su www.ilmiolibro.it

"PELLE", il mio primo romanzo che consiglio a tutti!

Siamo nella Milano dei giorni nostri, in quella zona periferica che da Greco conduce a Sesto San Giovanni. In un autobus dell'ATM, un autista, ormai stanco del suo lavoro, deve affrontare una baby gang che spaventa i suoi passeggeri. Si chiama Bruno ed è uno dei tanti laureati insoddisfatti costretti a fare un lavoro diverso da quello da cui ambivano: voleva fare il giornalista e invece guida l'autobus nella periferia di Milano. Ma non gli dispiace e non si lamenta. E' contento lo stesso: è il re del suo autobus e i suoi passeggeri sono solo spunti interessanti per i racconti che scrive. Li osserva dallo specchietto retrovisore, giorno dopo giorno, li vede invecchiare, li vede quando sono appena svegli e quando tornano dal lavoro stanchi morti, e passa il tempo ad immaginarsi la loro vita. Finché nella sua vita irrompe Margherita, con la sua vita sregolata, con i suoi problemi di memoria, con i suoi segreti. E tutto cambia. Fuori e dentro di lui.