lunedì 14 maggio 2018

AMERICAN HONEY, L'AMERICA IN UN MOSAICO



Titolo originale: American Honey
Regia: Andrea Arnold
Attori principali: Sasha Lane, Shia LaBeouf, McCaul Lombardi, Arielle Holmes, Crystal Ice
Genere: Commedia drammatica
Durata: 162 minuti
Prima data di uscita: 2016 (USA)
Regia: Andrea Arnold
Sceneggiatura: Andrea Arnold
Fotografia: Robbie Ryan


Impressioni..


Una ragazza poco più che adolescente + un gruppo di ragazzi scatenati che attraversa il Midwest a bordo di un minivan saturo di fumo e musica. Vendono abbonamenti a riviste porta a porta per guadagnare qualche soldo.
Poi, Star e Jack.

La foga, la rabbia, la gioia furtiva di un amore on the road, nato già in pezzi.

Lei, disinvolta e delicata, sveglia e sognatrice, un profilo delicato e quasi infantile, ma anche sensibile e sensuale. Lui, scatenato e carismatico.

Feste sfrenate e le braci di un fuoco intorno al quale ballare fino all'alba, a colpi di Rihanna.
La ricerca di vita, la bellezza, nonostante tutto, nonostante la sporcizia, nonostante la palude.

Ma non è tutto oro quel che luccica.

Un road trip che macina chilometri, senza portare da nessuna parte, tra una sigaretta, una canna e una canzone di Rihanna cantata a squarciagola. Frammenti di un viaggio senza una meta, che gira a vuoto e si ripete infinite volte, come un mantra. Giorno e notte.

L’America dei villini della classe medio-alta, gli scenari suburbani, le aree di parcheggio dei grandi camion e la vita negli impianti petroliferi.


La generazione dopo Larry Clark, dopo l'AIDS, il punk e la collera. Che non sogna più, anche se il Boss alla radio continua a cantare "Dream Baby Dream".

Andrea Arnold filma camera a spalla l’inseguimento di un'illusione di libertà, con un ritmo irrefrenabile. E La ricerca di vita e di amore "in a hopeless place". Con Jack o senza.

martedì 1 maggio 2018

6 palloncini + una lunga notte, un fratello e una sorella



Titolo originale: 6 Balloons.
Genere: Drammatico
Regia: Marja-Lewis Ryan
Attori principali: Dave Franco, Tim Matheson, Abbi Jacobson, Jane Kaczmarek, Maya Erskine, Jen Tullock
Anno e paese di uscita: USA,2018
Durata: 74 minuti
Colonna sonora: Heather McIntosh
Fotografia: Polly Morgan
Distribuzione: Netflix






Los Angeles. Una lunga notte, un fratello e una sorella.



I loro genitori ormai non sentono neanche più le richieste di aiuto di lui, tossicodipendente, non gli credono più.
Rimane solo lei ad aiutarlo, ma alla fine anche questa forma d'aiuto è una dipendenza, che la porta a occuparsi di lui anziché di se stessa, lottando per salvarsi dai demoni  senza farsi trascinare nell’abisso.

La condivisione del dolore, la distruzione e l' autodistruzione, ma anche l'affinità e la complicità tra fratello e sorella. E soprattutto l'impotenza.

Delicato, in un certo qual modo poetico, con la metafora della barca in mare che sta lentamente affondando che accompagna tutto il film, oltre all'uso di sovrimpressioni e di  inserti extra-narrativi.
Anche la fotografia di Polly Morgan richiama i colori lividi della notte e del corpo di Seth, il fratello.

E le due ciliegine sulla torta, una Abbi Jacobson al fianco di Dave Franco, che, tra l'altro, ha recentemente recitato insieme al fratello in The Disaster Artist e che questa volta per il ruolo di Seth ha deciso di tenere un profilo basso e ha perso 11 kg.

Distribuito in tutto il mondo da Netflix a partire dal 6 aprile 2018.

domenica 11 marzo 2018

Chiamami col tuo nome: tra cavità del cuore, botole del desiderio e buchi del tempo



Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Traduzione: Valeria Bastia
Pagine: 271
Editore: Guanda
Anno: 2017
Voto: 4/5 

“A ciascuno di noi capita un periodo di ‘traviamento’: quando nella vita cambiamo strada e non troviamo più la ‘diritta via’. L’ha fatto anche Dante. Qualcuno si ravvede, qualcuno finge di ravvedersi, qualcuno non torna più indietro, altri rinunciano ancor prima di cominciare e altri ancora, per paura di smarrirsi, si ritrovano in eterno a vivere la vita sbagliata." André Aciman, Chiamami col tuo nome.

Siamo "da qualche parte nel Nord Italia", nell'estate del 1983, una di quelle estati che segnano la vita per sempre.

Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze estive che trascorrerà, come al solito, nella grande villa in campagna, insieme alla sua famiglia

E' qui che, in una splendida ambientazione italiana anni '80, come ogni anno arriva da New York "l'ospite dell'estate", il fortunato giovane letterato accuratamente selezionato dal professor Pearlman (il padre di Elio), che avrà l'occasione di trascorrere sei settimane in quel posto ameno per rivedere in tutta serenità il proprio manoscritto prima della pubblicazione.

E quello che per Elio sembrava essere soltanto "l'ennesima scocciatura" a cui dovrà cedere provvisoriamente la sua camera, si rivelerà la miccia di un desiderio inatteso prima, e di un rapporto profondo e complicato dopo. Fino al punto di non ritorno.

Nell'intermezzo, una storia di sguardi, corpi e scoperte con due protagonisti principali ben definiti e autentici. Da una parte Elio, un musicista diciassettenne un po' tormentato e pieno di contraddizioni, decisamente colto per la sua età, ma ancora acerbo e inesperto sul lato sentimentale e insicuro su come comportarsi e relazionarsi con Oliver.
Dall'altra parte Oliver, il ventiquattrenne americano neolaureato, "il classico tipo inavvicinabile" che subito conquista tutti con la sua bellezza e i modi anche disinvolti, quasi sfacciati, oltre che con i suoi Dopo!. Ma anche una persona piena di insicurezze, dubbi e desideri.

I due ragazzi hanno l'occasione di condividere conversazioni appassionate su libri e film, discussioni sulle loro comuni origini ebraiche, nuotate mattutine, partite a tennis, corse in bici e passeggiate in paese. Ma non solo.
Tra silenzi, giochi di sguardi, sfioramenti e malintesi, tra loro nascerà un desiderio inesorabile quanto inatteso e un'intimità totale, anche se il rapporto che si creerà tra i due "ebrei della discrezione" non sarà affatto facile.


Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure «essere» e «avere» sono verbi del tutto inadeguati nell'intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo rive opposte di un fiume che scorre dall'uno all'altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l'altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l'empia crudeltà di M.C.

Insomma, un libro di straordinaria bellezza, uno di quei libri che vorresti non finissero mai, che racchiude una storia così intensa con uno stile poetico e allo stesso tempo immediato, diretto al punto giusto.

Perché la storia raccontata in questo libro, pur essendo sicuramente definibile una storia gay, non può comunque essere imprigionata in un genere. Ma se proprio dobbiamo catalogarlo "Chiamami col tuo nome" potrebbe essere definito un roman d’analyse, la storia della scoperta del mondo interiore di questo ragazzo di 17 anni, dei suoi dubbi e delle sue incertezze, sessuali e non, e il racconto in prima persona della difficoltà di stare al mondo che tutti abbiamo provato, indipendentemente dal nostro essere etero o omo.

A scriverlo, André Aciman, professore di letteratura comparata statunitense (anche se nato ad Alessandria d'Egitto in una famiglia ebraico-sefardita di origini turche), che conosce bene il nostro paese perché la sua famiglia vi si era trasferita nel 1965 per sfuggire alle persecuzioni degli ebrei promosse dal presidente Nasser.

La scrittura di Aciman ci trasporta in un mondo incantato, un mondo fatto di poesia e di musica ma anche di biciclettate e partite a tennis, un mondo romantico ma anche triviale, così come tenero e fragile ma anche brutale sul piano linguistico e fisico. Mi riferisco ad esempio alla scena della masturbazione con la pesca, di una carnalità impressionante che non credo dimenticherò mai.

La narrazione in prima persona è affidata ad Elio, e ci porta dritti nella sua testa, mostrandoci da vicino la profondità del suo tormento, l'inquietante attrazione provata per Oliver e la paura di non essere ricambiato o di essere addirittura respinto.
Lasciandosi trasportare dalle sue emozioni e dai suoi pensieri si finisce per rimanere intrappolati in una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, tipico di quell'età della vita da cui nessuno vuole davvero staccarsi, pur senza volerci tornare mai, e non a caso Aciman è un grande esperto a livello accademico delle opere di Marcel Proust. E' lo stesso padre di Elio a spiegarlo in un modo veramente toccante: 


«La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore. [...] Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa....che spreco!»

E mentre scorri le righe finali, capisci che ormai questa storia di formazione e di educazione sentimentale ti è entrata sotto la pelle e che non te ne libererai facilmente.
Mentre in bocca ti rimane il sapore della lontananza e della nostalgia.

sabato 16 dicembre 2017

DARK: La domanda non è dove. Ma quando.


Titolo
originale: Dark
Paese: Germania
Anno: 2017 – in produzione
Formato: serie TV
Genere: drammatico, thriller
Stagioni: 1
Episodi: 10
Durata media episodio: 43-55 min
Lingua originale: tedesco
Ideatore: Baran bo Odar, Jantje Friese
Regia: Baran bo Odar
Sceneggiatura: Baran bo Odar, Jantje Friese, Martin Behnke, Ronny Schalk, Marc O. Seng
Distributore: Netflix
Attori principali: Hofmann, Oliver Masucci, Jördis Triebel

La distinzione tra presente, passato e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente”. Einstein
"Non abbiamo scritto Dark pensando che dovesse piacere un pubblico internazionale, cercando di inserire cose di interesse per gli spettatori giapponesi o francesi e via dicendo. Abbiamo piuttosto cercato di raccontare qualcosa che avesse a che fare con la condizione umana e con domande universali e che pertanto fosse interessante per il pubblico internazionale. Forse anche per non porci il problema, ci siamo concentrati su un piccolo universo privato, sperando che avrebbe interessato il pubblico di tutto il mondo".  Jantje Friese



Partiamo da un presupposto: LA DOMANDA NON È DOVE. MA QUANDO.

E infatti, in Dark, il "dove" è abbastanza semplice: siamo a Winden, una piccola cittadina tedesca cupa e piovosa, oltre che minacciata da una grande centrale nucleare che sovrasta la foresta di abeti circostante.

Se passiamo a prendere in esame il "quando", invece, cominciano a sorgere un po' di problemi. Siamo nel 2019, ma siamo anche nel 1986 e nel 1953: tre dimensioni temporali differenti che, come in un gioco di prestigio, ogni trentatré anni si collegano.
Non c’è passato, presente e futuro, ma tutto il tempo è collegato come in un'enorme galleria scavata da un lombrico, un wormhole, anche meglio conosciuto come ponte di Einstein-Rosen.

Questa premessa dà origine a una trama intricata ma suggestiva, un intreccio labirintico fatto di strane scomparse di bambini che si ripetono nel tempo, un suicidio inspiegabile, misteri e oscuri segreti che quattro famiglie fortemente interconnesse si trascinano da tre generazioni.

Insomma, una serie articolata e complessa da binge-watching, da guardare necessariamente nel minor tempo possibile e con molta attenzione, altrimenti si corre il rischio di perdersi in uno spettacolo ipnotico che sta facendo discutere spettatori, filosofi e professori, in patria ma non solo.

Su questa prima serie Netflix prodotta in Germania, infatti, è stato detto di tutto e il contrario di tutto. A cominciare dalla somiglianza con Stranger Things (dovuta soprattutto al legame con gli anni 80), fino ad arrivare alla sua vicinanza alla struttura di scatole cinesi che caratterizza Lost, o al richiamo delle atmosfere oscure di Twin Peaks. Senza contare poi i molteplici riferimenti a opere che trattano i viaggi del tempo, Ritorno al futuro su tutti.




Una lavorazione durata 155 giorni, condensata in dieci episodi, inseriti nel catalogo Netflix a partire dal 1 Dicembre e nati dalla solida coppia creativa Baran Bo Odar e Jantjie Friese, rispettivamente regista e head writer della serie. Lui, classe 1978, premiato al Festival di Palm Screen come "regista da tenere d'occhio" per il suo primo film, The Silence, una cupissima storia di amicizia tra tre pedofili. Lei, sceneggiatrice poliedrica con un passato da attrice e produttrice.


Il tono di Dark, come già dice il nome, è ossessivamente cupo, con atmosfere create ad arte da una colonna parlante e accattivante in grado di dipingere attorno a Winden un’aura di autentico terrore e che ci aiuta ad altalenarci continuamente tra gli anni 80 e i giorni nostri grazie a un sapiente mix di pezzi indie/alternative con sprazzi di elettronica e di brani anni ’80, compreso il bizzarro riferimento al nostro Nino D'Angelo.

Molto bella è anche la sigla iniziale di Apparat che accompagna i titoli iniziali, tratta dall’album The Devil’s Walk (2011).



The Devil’s Walk 
Let’s go into bed Please put me to bed
And turn down the light
Fold out your hands
Give me a sign
Hold down your lies
Lay down next to me
Don’t listen when I scream
Bury your thoughts (doubts)
And fall asleep
Find out
I was just a bad dream
Let the bed sheet
Soak up my tears
And watch the only way out disappear
Don’t tell me why
Kiss me goodbye
For Neither ever, nor never
Goodbye
Neither ever, nor never
Goodbye
Neither ever, nor never
Goodbye
Goodbye

lunedì 18 settembre 2017

Dunkirk, la storia come non l'abbiamo mai vista. E mai sentita.




Titolo originale: Dunkirk
Genere: Azione
Regia: Christopher Nolan
Attori principali: Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard
Durata: 106 minuti
Uscita: giovedì 31 agosto 2017



«Di tutti i film che ho fatto, è quello con la maggiore fusione tra musica, immagini e suoni», Christopher Nolan.
«Non c’è modo di battere il rumore delle bombe o delle onde, così ho dovuto scegliere un altro approccio. Per la maggior parte delle musiche, ho detto a chi le suonava di farlo sommessamente, ma con grande intensità», Hans Zimmer.

È' rumore, è Dunkirk, è l'ultimo film di Christopher Nolan.

Diciamolo pure che per quanto riguarda la trama non c'è molto da dire: siamo a Dunkerque, nel nord della Francia, a circa 70 chilometri di mare dal Regno Unito, all’inizio della seconda Guerra Mondiale, e quella che viene raccontato è l’episodio delle little ships, ovvero delle 3-400 barche e barchette che in una notte attraversarono quei sessanta chilometri di mare che separano le coste inglesi dalle spiagge di Dunkerque per riportare a casa centinaia di miglia di soldati inermi, assediati dall’esercito tedesco. Punto.

Anche i dialoghi sono ridotti all'osso, con una sceneggiatura di sole 76 pagine

In compenso parla Hans Zimmer, con la sua colonna sonora, con i rumori e gli effetti sonori circuenti e stordenti che danno il via a un nuovo capitolo nella cinematografia contemporanea.
Anche se, a ben vedere, dopo aver lavorato con il regista per altri 5 film, è lo stesso Zimmer a spiegare che in realtà «questa colonna sonora è di Chris Nolan. Questo film è la visione di un solo uomo. Questo film è quello in cui ho avuto il più stretto rapporto con un regista e nonostante lui non abbia mai suonato nemmeno una nota, ha in qualche modo suonato ogni nota».
E chapeau per Nolan allora, che pur non essendo un musicista ha concepito film e sceneggiatura con un "approccio musicale", dando vita ad una sorta di sinfonia sonoro-visiva claustrofobica e senza precedenti:

"C’è un’illusione acustica, se vogliamo chiamarla così, che si chiama “scala Shepard” e che avevo già usato in The Prestige con il compositore David Julyan. È un’illusione che fa credere che ci sia sempre un tono ascendente. È un effetto cavatappi. […] Ho scritto la sceneggiatura secondo questo principio, con tre linee temporali che danno una costante idea di intensità, di intensità crescente. Volevo costruire una musica con dei simili principi matematici", Christopher Nolan.

Quindi, è il tempo la chiave di Dunkirk.
Abbiamo tre differenti prospettive temporali, ciascuna delle quali viene scomposta, accorciata o dilatata per fluire in parallelo: una settimana nella vita dei soldati che aspettano sulla spiaggia di essere salvati; un giorno per l'attraversata di quel tratto di mare da parte di Mr. Dawson e figlio, che insieme a un amico prendono la loro barca per andare ad aiutare i soldati; un’ora di volo di Tom Hardy, prima che il carburante finisca definitivamente. E tre tre elementi della natura diversi, a rappresentare i vari stati emotivi - la spiaggia, come punto d'incontro tra speranza e disperazione, il mare, dove seppur non tutto è perduto, il pensiero della morte è sempre presente, e il cielo, che diventa un atto eroico spinto da assoluto altruismo. Come se non bastasse a queste stratificazioni si affiancano anche tre linee narrative diverse che nel montaggio si incastrano in vari modi, convergendo in un unico presente, pur raggiungendo i loro picchi in momenti differenti, in modo tale che la tensione in una delle tre parti è sempre assicurata.


E quel geniaccio di Nolan ha pensato di fare la stessa cosa con la colonna sonora. A partire dal rumore semplice quanto ossessivo del ticchettio del suo orologio da tasca, che Zimmer ha poi trasformato in uno snervante rumore di base e riproposto dall'inizio alla fine del film, seppur sintetizzato e modificato in vario modo. Che è poi il ticchettio dell'orologio dello Spitfire che il pilota Tom Hardy controlla più volte per calcolare mentalmente la benzina rimasta nel serbatoio.

Unendo il ticchettio alla tensione continua generata dall'incastro ad arte delle tre storie, Nolan e Zimmer hanno creato una colonna sonora che entrerà nella storia, basata, appunto, sulla scala Shepard.

E a sopperire al minimalismo dei dialoghi, accanto alla musica organica-industriale di Hans Zimmer, c'è il massimalismo delle immagini.
La cinepresa di Hoyte van Hoytema, il direttore della fotografia di Dunkirk, indugia ossessivamente, con primi e primissimi piani, sui volti dei soldati, sui loro sguardi, immortalandone l'istinto di sopravvivenza individuale che li muove.

Altra particolarità degna di nota. Il fim, che è stato pensato in esclusiva per il grande schermo e girato in parte con la tecnologia Imax, viene trasmesso in alcune sale anche in pellicola 70mm.

Quello a cui punta Nolan è proprio sfruttare a pieno tutta la potenza del mezzo cinematografico per ricreare l'esperienza più immersiva possibile: “Voglio farvi sentire come se foste là e l’unico modo di farlo è con la distribuzione nelle sale“. Questo è anche il motivo per cui ha scelto di schierarsi contro le piattaforme on demand, come Netflix, attaccando la loro politica di produzione e distribuzione, accompagnato da altri registi del calibro di Tarantino e Almodovar.

Insomma nulla viene lasciato al caso e ogni scelta, quella dei colori, dei movimenti, dei rumori, viene fatta con una precisione matematica. E il risultato è un'esperienza quasi fisica, che ti lascia seduto sulla sedia del tuo cinemino stanco, senza forze e a bocca aperta, con la sensazione di aver partecipato a qualcosa, qualcosa di grande, e di essere appena emersi da un bagno sensoriale in cui tutto passa per l'immagine e il suono. E cominci a capire quanto è assordante il silenzio.

lunedì 7 agosto 2017

Purity e il realismo isterico di Franzen


L’anima –disse a Pip –è una sensazione chimica. Quello che vedi sdraiato sul divano è un enzima nobilitato. Ogni enzima ha il suo lavoro da fare. Passa la vita a cercare la specifica molecola con cui è destinato a interagire. E un enzima può essere felice? Ha un’anima? Io rispondo sí a entrambe le domande! L’enzima che vedi qui sdraiato è stato creato per trovare la brutta scrittura, interagire con essa e migliorarla. Ecco cosa sono diventato, qui a galla nella mia cellula: un enzima correttore di brutta scrittura –. Poi aggiunse, con un cenno in direzione di Leila: –E lei ha paura che non sia felice.

Definito il nuovo capolavoro del Realismo Isterico, Purity, di Jonathan Franzen, è un romanzo “sinfonico” in cui all'improvviso ti ritrovi completamente immerso, circondato da tutti questi personaggi solo apparentemente slegati tra loro, ma che in realtà hanno tutti almeno una cosa in comune: a nessuno di loro piace come va il mondo. Lottano costantemente per cambiarlo e purificarlo, anche se poi sono i primi a sbagliare in continuazione, e a raccontare la propria verità, chi da giornalista, chi da scrittore e chi da artista.
Le loro vite vengono passate al setaccio e poi intrecciate tra loro. I pregi e i difetti, le abilità e le mancanze, i successi e i fallimenti: così, alla fine, arrivi a conoscere Pip e la sua cricca più di quanto tu conosca te stesso.

E partiamo proprio da Purity, ovvero Pip, per gli amici, la protagonista dal nome ingombrante che dà il titolo al libro.
23 anni, bella e intelligente, 130mila dollari di debito universitario e un solo, vero problema: Penelope, la madre single che l'ha cresciuta in una baracca nella Bay Area californiana, riservandole un amore esclusivo -nonchè occlusivo- e pieno di buchi.

"Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l'altra. Il problema, agli occhi di Pip - l'essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre".

Per quanto riguarda il padre, invece, Pip non sa niente di lui e lui non sa neanche della sua esistenza.

A questo punto, nel tentativo di costruire una famiglia che nella realtà non è mai esistita, entrano in scena nuovi universi narrativi, apparentemente slegati tra loro. In primis Tom e Leila, la coppia di giornalisti d’assalto che farà da figura genitoriale a Pip, anche se più per trovare una compensazione a un loro trauma latente che per altro. O Annagret e Andreas Wolf, che le offriranno un lavoro per coinvolgerla nel loro sistema narcisistico. Una coppia sicuramente interessante: Wolf è un ibrido fittizio tra Assange e Snowden, un fuorilegge del web cresciuto nella Germania dell’Est e colpito da vari mandati di cattura internazionale, che guida in Bolivia il Sunlight project, una specie di Wikileaks che raggruppa giovani idealisti desiderosi di svelare tutto il marcio del pianeta e basato sul potere della parola che rivela i segreti. Pip proverà a seguirlo ovunque, accecata da un’irresistibile attrazione.
Ma anche in Purity, l’idolo della trasparenza non è sempre visto positivamente: quando tutto affiora alla luce del sole, quello che rimane della verità è un misero feticcio di se stessa, e così anche Wolf, ricorda per certi versi la doppiezza di Julian Assange in quanto ambiguo profeta della trasparenza altrui e dell’oscurità propria.

Un libro sulla purezza come utopia, resa inafferrabile dalla reale impossibilità di conciliare il desiderio di verità con il bisogno di preservare la propria privacy, una raccolta di nevrosi, depressioni, disadattamenti, per lo più generate da famiglie disfunzionali.

E un grande romanzo capace di trattare di temi politico-sociali e al tempo stesso di amore, di relazioni umane, di rovelli interiori, unendo con maestria quello che è nascosto nel profondo con ciò che invece galleggia in superficie.

Franzen, al suo quinto romanzo, partendo da una molla molto classica, quella della ricerca della verità, ci mostra un’America “alternativa”, un'America della protesta sociale popolata da squatter e da hackers, molto lontana da quella che immaginiamo quando pensiamo solitamente agli USA.

Ma Purity è anche un manuale di scrittura e Franzen è considerato il maggior scrittore americano vivente: un romanzo-fiume costituito da una trama polifonica divisa in sei parti e caratterizzata da un pluralismo di voci e di punti di vista, nonché da continui salti temporali.
Solo la prima e l’ultima parte sono raccontate dal punto di vista di Pip, mentre nelle altre sono Andreas, Leila, Tom e di nuovo Andreas a reggere le fila della trama, o direttamente in prima persona, come fa Tom, o con un punto di vista a focalizzazione interna, a dimostrare la padronanza della focalizzazione e il talento impressionante di Franzen nei dialoghi.

Un talento impressionante, una qualità di scrittura totalmente indiscutibile, di cui ho amato in primis la capacità di utilizzare certe semplici immagini in grado di rendere il suo mondo tridimensionale, come “Avevo in bocca il sapore metallico della spossatezza”, o ancora "La luce del sole è il miglior disinfettante".

Chiudo con un'ultima citazione che in qualche modo, leggendola e rileggendola centinaia di volte, ho fatto mia:
"Il nostro progetto comune era essere poveri, sconosciuti e puri fino al giorno in cui avremmo preso il mondo di sorpresa".

mercoledì 5 aprile 2017

ERASERHEAD – LA MENTE CHE CANCELLA (LYNCH, 1977)


 "Eraserhead si stava sviluppando in una certa direzione, e non avevo idea di cosa volesse dire. Cercavo la chiave d'accesso al significato di quelle sequenze. Qualcosa capivo ovviamente ma non sapevo quale fosse il cemento che teneva insieme tutto il film. Una bella fatica. Così tirai fuori la Bibbia e iniziai a leggerla. Un giorno lessi una frase. Chiusi la Bibbia: era fatta. Fine del discorso. Allora vidi il film come un tutt'uno. La frase completò questa visione al posto mio, al cento per cento. Penso che non rivelerò mai quale fosse quella frase." 
David Lynch, da In acque profonde. Meditazione e creatività

Titolo Originale: ERASERHEAD
Scritto da: DAVID LYNCH
Musiche: DAVID LYNCH, PETER IVERS, FATS WALLER
Montaggio: DAVID LYNCH
Fotografia: FREDERICK ELMES, HERBERT CARDWELL, DAVID LYNCH
Produzione: DAVID LYNCH
Durata: 90’
Anno: 1977

In trepida attesa del ritorno di Twin Peacks, ho rivisto e approfondito Eraserhead, il primo film di David Lynch, probabilmente la sua rappresentazione più avanguardistica a cui inizia a lavorare nel 1971, presso l'American Film Institute.

Un cult movie fuori dal tempo, con una gestazione difficile, visto che il budget a disposizione si esaurisce ben presto, rallentando la lavorazione e costringendo il regista a racimolare un po' di grana facendo la questua ad amici e parenti e consegnando giornali.

Girato in un sublime bianco e nero da tre operatori (Frederick Helmes, Herbert Cardwell e dallo stesso Lynch), quando uscì, dopo 4 anni di riprese ininterrotte e dopo una lunga battaglia per la sua poca commerciabilità e per il maniacale perfezionismo di Lynch, venne inizialmente distribuito neil circuito cinematografico dei midnight movie (spettacoli di mezzanotte) e sconsigliato alle madri incinte.

Diventò il film preferito di Stanley Kubrick, che affermò di averlo proiettato continuamente durante la lavorazione di Shining per trasmettere inquietudine agli attori.

E come potevamo io e Kubrick non amare alla follia il cinema di uno psichiatra mancato, che penetra le profondità dell'inconscio, alla ricerca della mente umana con continui richiami alla sua storia, ma anche rimandi pittorici, ad esempio Francis Bacon e Oskar Kokoschka, e all’avanguardia espressionista tedesca.

Un cinema onirico, senza un nesso logico, segnato da un'inquietudine allucinata, in cui la forza delle immagini sublima quella delle parole.

Al centro di tutto c'è la mente, la mente con i suoi ingannevoli labirinti, la mente di un padre figlicida che, tormentato dal senso di colpa, rimuove l'atto compiuto (da qui EraserHead - la mente che cancella) e, mentre assiste all'implosione dell'universo, si rifugia in un mondo immaginario alla ricerca di sollievo.

Henry Spencer ha messo incinta la propria ragazza, Mary X. Decide di portarla a vivere con lui, insieme al figlio, che in realtà è una creatura mostruosa, una specie di feto, sulla cui realizzazione Lynch non ha mai voluto rivelare nulla.

In un susseguirsi di visioni fatte di terra e sogni, il mondo si sgretola: il figlio piange ininterrottamente, Mary X scappa via e torna a casa dei suoi genitori, lasciando il bambino alle cure di Henry, che però finirà per ucciderlo, mettendo fine al proprio calvario e abbandonandosi all'oblio.

Un'improbabile sceneggiatura disegna uno sfondo in bianco e nero, innaturale, fatto di fumo e ruggine, ciminiere e palazzi, strane figure e volti cerulei. Un mondo disturbante dove i dialoghi, già ridotti all'osso, si fondono con un sound intriso di rumori meccanici, ronzii, sospiri e lamenti sopiti.

Accanto a loro, in tutto il film, c'è la colonna sonora, composta dal regista con l’aiuto di Peter Ivers, una musica che arriva da lontano, da altre stanze di cui intuiamo l'esistenza.

E intanto, su un palco decadente la Lady Radiator canta una canzone: "in heaven everything is fine".


domenica 5 febbraio 2017

Penny Dreadful e l’inquietante Londra di John Logan





Titolo: Penny Dreadful
Paese: Stati Uniti d'America, Regno Unito
Anno: 2014 - 2016
Formato: serie TV
Genere: horror, fantastico, drammatico
Stagioni: 3
Episodi: 27

CREDITS
Ideatore: John Logan
Attori principali: Reeve Carney, Timothy Dalton: Sir Malcolm Murray, Eva Green, Rory Kinnear, Billie Piper: Brona Croft/Lily Frankenstein, Josh Hartnett.
Casa di produzione: Neal Street Productions, Desert Wolf Productions, Showtime, Sky Atlantic



Ci sono incappata per caso, in cerca di qualcosa di coinvolgente da guardare su Netflix e già la prima puntata mi ha convinto che avevo trovato qualcosa di molto interessante.
Il tratto da fumetto d’autore, in primo luogo, senza contare la collezione di leit motiv del tardo romanticismo sfoggiata: folgori, magnetismo, cerimonie esoteriche, cimiteri, radure spettrali, sangue vermiglio e chi più ne ha più ne metta.
Sono andata ancora un po' avanti e non sono più riuscita a smettere di guardarla.

Sto parlando di Penny Dreadful, la serie tv dark e disturbante prodotta da Sam Mendes e creata e interamente scritta da John Logan attraverso un’operazione di concentrazione, variazione e contaminazione dell'inesauribile giacimento di immaginario tratto dalle storie classiche dell’orrore.

Ed è proprio dai grandi autori dell'incubo della letteratura inglese di fine ottocento - come William Shakespeare, Oscar Wilde, William Wordsworth, Lord Byron, Percy Bysshe Shelley e John Keats - che sono stati tratti e reinterpretati i celebri ‘mostri’ protagonisti di Penny Dreadful: dall'iconico Dottor Victor Frankenstein al diabolico e immortale Dorian Gray, da Dracula a Dr. Jekyll, catapultati tra licantropi, streghe e vampiri.

Il risultato? Un horror psicologico-fantasy ambientato nella Londra Vittoriana e ispirato alla graphic novel La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore che ha rinnovato il genere televisivo fondendolo con i racconti popolari del romanzo gotico e con il cinema inglese.

Senza contare che lo stesso nome "Penny Dreadful" richiama le omonime pubblicazioni a tinte horror indirizzate al proletariato del Regno Unito dell’Ottocento, i cosiddetti “spaventi da un penny”, tra i quali troviamo anche la storia del barbiere Sweeney Todd, proprio quello dell'omonimo film di Tim Burton.

Erano romanzi di genere venduti in fascicoli settimanali di circa 16 pagine che, per mezzo di illustrazioni grossolane e toni enfatici, raccontavano storie di investigatori, criminali ed esseri soprannaturali. I loro autori lavoravano su più storie contemporaneamente, usando le stesse tecniche narrative delle serie tv di oggi per creare suspense e mantenere viva l’attenzione: anticipazioni, flashback e cliffhanger.
Non erano ben visti dal popolo ed erano in molti a ritenere che i penny dreadful avessero un’influenza negativa sui ragazzi e di essere stati fonte di ispirazione di diversi suicidi e omicidi avvenuti all'epoca da parte di giovani ragazzi.

Insomma, molto interessante, così come molto interessante è il personaggio interpretato da Eva Green, la diabolica Vanessa Ives, che con la sua sola presenza magnetica è in grado di terrorizzare tutti, senza bisogno di grandi effetti speciali o make-up d’effetto. Un'interpretazione molto impegnativa sia fisicamente che psicologicamente, che, secondo il direttore di Showtime David Nevins "passerà nella storia della televisione come una delle più belle interpretazioni... Credo che quei sei mesi all'anno in cui ha interpretato Vanessa le abbiano richiesto molti sforzi. Ha vissuto nel personaggio. Era perseguitata da diavolo, e non è un bel modo per vivere".


Altra chicca è la malinconica colonna sonora composta da Abel Korzeniowski, il compositore di A Single Man e W. E., per lo più utilizzando semplicemente violino e pianoforte, una soundtrack perfettamente in grado di riflettere la potenza emotiva e la poeticità delle immagini.

La pecca invece? Che, dopo tre stagioni la serie sia già finita.
A porre parziale rimedio ci penserà però la Titan Comics, che continuerà a seguire le vicende di queste malinconiche creature del male in un sequel a fumetti, illustrato da Jesús Hervás e intitolato Penny Dreadful: The Awakening.
Dovremo aspettare ancora un po' però: Il primo volume di Penny Dreadful: The Awakening uscirà il prossimo ‪5 Aprile‬.



lunedì 9 gennaio 2017

Paterson: tra poetica del quotidiano e quotidianità della poesia


Titolo originale: Paterson
Regia: Jim Jarmusch
Attori principali: Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman
Genere: Drammatico, poetico
Durata 113 min



Una coppia di Paterson, New Jersey
Amore sussurrato
Il cane Marvin
Un poeta alla guida di un bus che ascolta il cuore della sua città
Coincidenze e rimandi

Il mondo visto da un autobus
Il trascorrerete lento delle giornate
Apoteosi della routine e poesia del quotidiano
L'ironia della parola
La ripetizione di un canone preciso

Un uomo che ripete se stesso
Consuetudini mortifere e stantie
Ambizioni sopite e voglia di cambiamenti
Un taccuino da portare sempre con sé e una birra che aspetta nel pub dell'isolato
Una passione per William Carlos Williams, Ginsberg, O'Hara

Il dono di uno sguardo poetico che ha il potere di cambiare ogni cosa
Senso e non-senso dell’esistenza
Poesia come sostanza
Colori delicati
Poetica del quotidiano o quotidianità della poesia?

domenica 11 dicembre 2016

Captain Fantastic e il grande Chomsky



"Preferisci festeggiare un elfo dalle orecchie a punta o il più grande filosofo vivente?”


TITOLO ORIGINALE: Captain Fantastic
GENERE: commedia / drammatico / sentimentale
NAZIONE: Stati Uniti
REGIA: Matt Ross
CAST: Viggo Mortensen, Kathryn Hahn, Steve Zahn, Erin Moriarty, Frank Langella,
DISTRIBUZIONE: Good Films
DURATA: 118 min.
USCITA IN ITALIA: mercoledì 7 dicembre 2016

Prendete le dinamiche di una famiglia sui generis raccontate da vicino: un pater familias d’eccezione, il grande Viggo Mortensen, cresce i suoi sei figli isolato dal mondo, in una tranquilla foresta nel Pacific Northwest.

Aggiungeteci una connessione primordiale con la natura e un’educazione anticonformista che mette assieme, con una disciplina ferrea, Chomsky, Bach e un un allenamento fisico e intellettivo molto impegnativo. I membri di questa tribù si procurano il cibo uccidendo animali all'arma bianca, parlano sette lingue, seguono corsi autogestiti di fisica quantistica, disquisiscono di storia e filosofia, così come anche di morte, sesso e malattia.

Il loro nume tutelare è Noam Chomsky, il filosofo e linguista anarchico di cui celebrano il compleanno al posto del Natale, il Noam Chomsky Day: «Meglio lui di un elfo che non esiste».

Addizionando questi fattori otterrete un microcosmo perfettamente autosufficiente, lo stesso ricreato da papà Ben per cercare di sottrarre la sua cucciolata a tutte le forme di propaganda e asservimento imposte dalla struttura sociale.

Il confronto con il mondo reale, fatto di pericoli ed emozioni sconosciuti, si renderà però necessario, loro malgrado, per cercare di evitare che il padre di lei celebri un funerale cristiano per la loro moglie-madre appena morta dopo mesi di ricovero per una grave forma di psicosi.

La famigliola partirà così in viaggio verso la residenza dei nonni paterni, in New Mexico, per pretendere il rispetto delle sue ultime volontà espresse nel testamento, in cui lei ribadiva di essere buddista e di voler essere cremata.

Ma, una volta a contatto con una realtà diversa e con i propri coetanei, i ragazzi conosceranno desideri e sofferenze, e le loro certezze, come anche quelle del padre, cominceranno a vacillare. Ben sarà quindi costretto a mettere in dubbio il suo metodo educativo e a rivedere i propri ideali intellettuali isolazionisti, in un percorso fisico, ma anche interiore, di confronto con il conformismo quotidiano.

Tutto questo è Captain Fantastic, opera seconda e in parte autobiografica dell'attore e regista Matt Ross; una dramedy originale e ideologica, premiata a Cannes e alla scorsa Festa del Cinema di Roma, che ha il pregio di emozionare, far riflettere e divertire.

Un road movie che richiama un po' Little Miss Sunshine o i colori dei film di Wes Anderson, un soffio di aria fresca in cui, grazie alla sua scrittura brillante, Matt Ross mette a nudo con umorismo le esagerazioni dei protagonisti, pur senza mai giudicarle.

Assolutamente da vedere, non foss'altro per la gagliarda prestanza fisica dimostrata da Viggo Mortensen nella scena di nudo integrale.

domenica 13 novembre 2016

Genius: tra genio, rigore e sregolatezza



Titolo originale: Genius
Regia: Michael Grandage
Attori principali: Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Laura Linney, Guy Pearce
Genere: Drammatico
Durata: 104 min.



Genius mi è capitato, quasi per caso, mentre ero alla ricerca di un film godibile per la serata Cinema2Day e, a conti fatti, devo dire che l'ora di coda per parcheggiare e recuperare un biglietto ne è valsa la pena.

Opera prima di Michael Grandage, regista teatrale di successo, il film è incentrato sulla relazione tra il posato editor Max Perkins (Colin Firth) e l’esuberante scrittore Thomas Wolfe (Jude Law) e si basa sulla biografia "Max Perkins: Editor of Genius" di A. Scott Berg.

Siamo in una prolifica New York della fine degli Anni Venti, quando la Charles Scribner’s Sons era già una notissima casa editrice.
Dopo una lunga collezione di rifiuti ai suoi manoscritti, il 2 gennaio 1929 Wolfe, poco più che trentenne, entra per la prima volta nell'ufficio di Perkins, il curatore editoriale principale della casa editrice Scribner's Son.
In mano ha un manoscritto che Perkins leggerà tutto d'un fiato.

È così che si incontrano per la prima volta due grandi genius.
Il primo, caratterizzato da un'esuberanza al limite dell'irritante, una personalità instabile ed egocentrica, con una carica di genialità creativa e di energia considerevole. Un uomo del tutto incapace di mantenere legami di alcun genere e inconsciamente alla ricerca di un sostituto della figura paterna prematuramente scomparsa. La ritroverà in Perkins, editor ispirato e visionario, così come anche misurato e sempre in equilibrio tra leggerezza e serietà, con alle spalle scoperta e lancio di veri mostri sacri della letteratura mondiale del calibro di Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway.

L’intuito e il fascino ribelle di quella prosa spingono Perkins a puntare sul manoscritto di quel ventenne dalla penna incontenibile, fino ad arrivare ad adottarlo letteralmente e letterariamente e a guidarlo per mano lungo la strada del successo, l'uno complementare all'altro. Wolfe era l’animo avventuroso, sovraeccitato e debordante che il metodico e controllato editore sognava di essere sfogliando libri. Perkins, di contro, era la spalla paterna, rassicurante e misurata per un giovane con deliri di creatività.

Inizia così un sodalizio artistico durato circa un decennio in cui i due lavorarono gomito a gomito per adattare agli standard editoriali dell’epoca le migliaia di pagine del giovanissimo autore e dare vita così a grandi opere come Look Homeward, Angel (1929) e Of Time and the River (1935).

Una pellicola biografica quindi, che racconta in maniera originale la storia di un’amicizia importante, entrando dentro l'intimità del testo e sapendone cogliere le potenzialità, nonché le fragilità. Un singolare rapporto di amicizia paterno-filiale così intenso da rendere gelose le donne della loro vita e da spingere Wolfe a dedicare a Perkins Il fiume e il tempo.

E infatti nel cast troviamo anche una bellissima Nicole Kidman, nei panni di Aline Bernstein, amante di Wolfe a cui lui dedicò molte poesie e libri. Anche qui un rapporto un po' atipico e doloroso, lei già sposata, lui che non vedeva oltre i suoi versi, costantemente immerso nella letteratura.

Un film diretto con tocco classico ma sicuro in cui Grandage ha saputo far emergere la visceralità dei protagonisti, portando alla ribalta l'universo interiore dei personaggi in grado di arrivare subito al cuore degli spettatori. Un film che ha avuto il merito di puntare l'attenzione sulla figura dell'editor nel mondo dell'editoria, mettendo in luce il funzionamento della pubblicazione letteraria

Insomma una bella storia, un bellissimo cast, costumi da sogno, la stessa produzione eccellente di Il discorso del re, anche se, ahimè, un film tanto filologico quanto poco appassionante.
Da vedere, comunque.

mercoledì 9 novembre 2016

Il condominio dei cuori infranti



Regia: Samuel Benchetrit
Attori principali: Isabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Jules Benchetrit.
Titolo originale: Asphalte
Genere: Commedia drammatica
Durata 100 min.
Uscita giovedì 24 marzo 2016.



Particolare ridicolo e prezioso. È il quinto film di Samuel Benchetrit,una sorta di parabola umanista sulla solitudine contemporanea.

Iniziamo dal titolo così ci togliamo il dente e, via il dente via il dolore.
Il condominio dei cuori infranti. Ma perché?
Perché la scelta di un titolo così smielato e fuorviante se Aspalthe è il nome in lingua originale del secondo film di Samuel Benchetrit?
Perché sminuire una parabola umanista surreale e seriamente ironica facendo pensare ad una semplice commediola romantico-sentimentale?
Mah, sono scelte che mi lasciano un po' perplessa.

Rimane il fatto che Il condominio dei cuori infranti mi ha davvero sorpresa, un film di un'umanita inattesa, che narra della solitudine contemporanea, un film che dice senza dire.
A partire dall'ambientazione, un condominio ingrigito della banlieue parigina, in una delle città-satellite che circondano Parigi e ne costituiscono l'antitesi, nel bene e nel male.
Qui, sotto un cielo coperto e incolore, assistiamo a tre cadute da cui tre personaggi coinvolti si riprenderanno solo grazie all'aiuto di altri.

A cominciare da quella di John Mckenzie, un astronauta americano finito fuori rotta, che atterra con la sua navicella sul tetto del condominio.
Il suo arrivo sorprende in primis i due ragazzini che si erano rifugiati proprio su quel tetto per fuarsi uno spinello e, in secondo luogo madame Hamida, una donna marocchina che lo accoglie in casa propria in attesa che la NASA lo riconduca a casa, accudendolo come un figlio e nutrendolo di amore e cous cous.

Intanto, qualche piano sotto, Jeanne Meyer, la nuova condomina con un passato da attrice rimane chiusa fuori dalla porta, e anche dalla propria vita. In questo caso sarà Charly a soccorrerla: un bel ragazzino nel pieno di un'adolescenza complicata dalla costante assenza della madre.

E infine, il mio preferito, Sternkowtiz, messo ko da cento chilometri di cyclette e da una disastrosa riunione condominiale, che si spaccia per fotografo per fare colpo su un'infermiera di notte.

Tre cadute che troveranno nell'altro una ragione: John infilerà la via di casa a colpi di affetto e di cuscus, Sternkowtiz scoprirà l'amore con l'infermiera lunare, Charly supplirà la madre con Jeanne e Jeanne ritroverà le energie creative negli occhi di Charly.

Un film in cui Benchetrit, scrittore e regista, mette in scena le banlieue della sua infanzia utilizzando più linee narrative intrecciate insieme, con un registro ironico e surreale, spogliato di qualsiasi sentimentalismo, ispirandosi a due racconti del suo Chroniques de l'asphalte.

L'uso di inquadrature fisse e di pochi movimenti di macchina, insieme alla semplicità della progressione narrativa, contribuiscono poi a creare quella fluidità sognante del racconto che rende Il condominio dei cuori infranti un film caratterizzato da un' irreale leggerezza in grado di trasformare a in poesia la banalità del quotidiano. E' magia!

martedì 4 ottobre 2016

Nick Cave, One More Time With Feeling

"Qualcuno deve cantare le stelle, qualcuno deve cantare la pioggia, qualcuno deve cantare il dolore, qualcuno deve cantare il sangue". Nick Cave


Quest'anno sul grande schermo di Venezia 73 c'era anche lui, Nick Cave, uno dei miei più grandi miti viventi, in qualità di assoluto protagonista di One More Time With Feeling, un tributo live diventato prima un'intervista, poi un documentario e poi qualcosa più vicino a un film in 3D.

Un documentario musicale di Andrew Dominik (il regista di L’assassinio di Jesse James, Cogan e Killing Them Softly), che, con la scusa di raccontare come è nato Skeleton Tree, l'ultimo album di Nick Cave and The Bad Seeds, tira fuori da Nick tutta la sofferenza e il nonsenso seguiti alla tragica scomparsa di uno dei figli gemelli dell'artista, Arthur, avvenuta nell'estate del 2015, proprio a metà registrazione di Skeleton Tree.

Ma giustificare e dare un senso alla morte di un figlio quindicenne, precipitato da un'alta scogliera presso Brighton dopo essersi sporto troppo, richiede tempo e coraggio, occupa le giornate, la mente, pervade ogni attività, ogni singolo minuscolo frammento di tempo.
Per questo, quello che inizialmente era stato pensato come un tributo ai The Bad Seeds e al loro nuovo album si è trasformato necessariamente in una personale discesa nell'oscurità che ha commosso Venezia. E anche me. Sarà per il bianco e nero e il 3D rivelatore o più semplicemente sarà per le parole, i pensieri e le canzoni di Nick Cave.
Un Cave che, più che come profeta contemporaneo, in One More Time With Feeling viene rappresentato come un padre, un padre che sta elaborando il lutto dopo aver perso il proprio figlio.

Eppure,  nel lungometraggio queste considerazioni fanno da sfondo alla nascita del nuovo album, un album dai testi cupi e profetici, perché, d'altro canto, "qualcuno deve cantare le stelle, qualcuno deve cantare la pioggia, qualcuno deve cantare il dolore, qualcuno deve cantare il sangue" e Cave non è solo un padre, ma anche un artista con un rapporto tra trauma e creazione da risolvere.

Un film-performance raffinato, dallo stile fotografico, girato in bianco e nero, a colori e in 3D, che, tra performance live delle nuove canzoni e interviste e riprese di Dominik, riflette bene l'intimità e l'austerità di una delle icone rock del pianeta.

Certo, il risultato è molto diverso dal capolavoro di due anni fa, 20.000 giorni sulla terra di Iain Forsyth e Jane Pollard, ma il progetto registico di Andrew Dominik merita comunque un applauso, non fosse altro per la riverenza e il tatto con cui il regista approccia l'ex fidanzato di sua moglie.

E un applauso a Nexo Digital, che sta portando nelle sale Italiane molti bei film/documentari che vale davvero la pena vedere. Stay tuned!

domenica 18 settembre 2016

Si dice Mashable Social Media Day, si scrive #SMDAYIT




Conoscete gia' Mashable?
Per chi si occupa di marketing, digital e social media, la risposta è ovvia: con una media che va oltre i 30 milioni di visualizzazioni mensili, Mashable è oggi il terzo blog più popolare al mondo.
E proprio il 21 e 22 ottobre, a Milano, Mashable ripropone la terza edizione del Mashable Social Media Day 2016, l’evento per eccellenza che celebra la rivoluzione digitale e le potenzialità dei social network.
Due giornate di aggiornamento e formazione all’insegna dell’innovazione, per imparare, confrontarsi e migliorarsi osservando da vicino le best pratice presentate da professionisti del settore di alto livello, tra cui Giuseppe Brugnone (Digital e Social Media Manager di LEGO Italia) e Carlo Rinaldi (Social Media Marketing Lead di Microsoft Italia).
Questi i temi dell’edizione italiana ufficiale #SMDAYIT:
  • Social Media
  • Business
  • Marketing
  • Digital Strategy
  • UX Design
  • Open Innovation
  • Tech
  • Mobile
  • Start up
Un ottimo modo per capire qual è la differenza tra contenuti di valore e “fuffa”, per imparare prendendo spunto dalle strategie concrete e dai case study che verranno presentati.
E i risultati ottenuti dall’edizione 2015 del Mashable #SMDAYIT sembrano confermarlo: oltre 5.500 contatti sul sito e oltre 600 partecipanti in sala, con 4.500 connessi live in streaming.
A collaborare alla buona riuscita dell’evento in qualità di media partner c’è anche Your Brand Camp, la piattaforma di marketing collaborativo col pallino del “marketing della conversazione”: costruendo reali interazioni tra brand e influencer nasce un nuovo modo di fare pubblicità.
E proprio da questa collaborazione tra Mashable e YBC nasce la possibilità di partecipare all’evento di Milano usufruendo dello sconto del 50% sul prezzo del biglietto! Non perdete l’occasione!



venerdì 9 settembre 2016

Suicide Squad: quando anche i cattivi possono combinare qualcosa di buono


Per quanto mi riguarda, pollice su per Suicide Squad, l'ultimo capitolo del DC Extended Universe, uno dei più importanti media franchise americani di fumetti.

Un gran successo di pubblico quindi, anche se non di critica, per il cinecomic diretto da David Ayer, sulle poco raccomandabili figure dei cattivi di DC, tutte raccolte in una task force col difficile compito di salvare il mondo minacciato da entità dai poteri sovraumani.



Premesso che ho deciso di astenermi sui commenti riguardanti la trama del film, un po' perché questo non è il mio cinema e non sono né appassionata né esperta del genere, ho tantissimo da dire invece sui personaggi, sia sui supercriminali "buoni", sia sull’unico vero e proprio big bad della storia.

Sto parlando di Amanda Waller (Viola Davis), un agente governativo pronto a tutto per garantire la sicurezza nazionale e a capo dell'A.R.G.U.S., un'organizzazione creata proprio per sventare minacce metaumane. Un personaggio scomodo, la cinicità fatta persona per intenderci, che proporrà ai massimi esponenti dell'intelligence americana di costruire la Task Force X, una squadra di criminali al momento assicurati alla giustizia, selezionati con cura per le loro insolite capacità al limite delle possibilità umane, i soli in grado di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un attacco terroristico.

A questo punto la domanda nasce spontanea: come incentivarli e convincerli a collaborare l’uno con l’altro?
Se gli sconti di pena potrebbero non bastare per elementi con ergastoli da scontare, un esplosivo impiantato nel collo pronto a esplodere in caso di fughe varie potrebbe avere maggiore efficacia.

L’utilità di questa complicata operazione? In primo luogo, lo squadrone di cattivoni, grazie alle speciali abilità e ai super poteri dei suoi membri, ha più possibilità di vittoria in caso di scontri con metaumani. Senza contare poi l'importante fattore della negabilità, per cui in caso di esito negativo del progetto le colpe anziché ricadere sul Governo, verrebbero imputate alla Suicide Squad.

E, così facendo, chi per un motivo, chi per un altro, si finisce tutti per tifare per questi suggestivi criminali, anche perché i loro disturbi di personalità e le loro debolezze rivelano un lato umano che li rende più dei ragazzacci indisciplinati molto simili a noi, oltre che vulnerabili.

Prendiamo ad esempio Deadshot (Will Smith), il cecchino dalla mira infallibile ma dall'animo gentile. Un eroe travagliato e combattuto che porta sempre nel cuore la figlioletta Zoe e il sogno di essere un buon padre per lei.

Per non parlare dell'ex-psichiatra Harley Quinn (Margot Robbie), che nel film rappresenta la follia pura intrappolata in un personaggio: instabile, ammaliatrice, innamorata del malefico Joker, e, ovviamente, bellissima.
Pazzia a parte, anche lei si rivelerà un'eroina in bilico tra la cultura post punk, goth, e emo.

Abbiamo poi El Diablo (Jay Hernandez), un personaggio dotato di poteri incendiari che si era ripromesso di non usare più, dopo aver perso il controllo e aver sterminato la propria famiglia (figlioletti compresi).

E l'orribile ma simpatico Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje) che, a causa di una rara malattia, ha la pelle come quella di un rettile.

Captain Boomerang (Jay Courtney), è invece un ladro australiano che utilizza un boomerang, per l'appunto, come arma, mentre Slipknot (Adam Beach) è un escapista capace di utilizzare qualsiasi arma.

E finalmente un'altra donna, Katana (Karen Fukuhara), spadaccina giapponese sempre in compagnia della sua spada magica Soultaker.

A coordinare e dirigere il tutto c'è Rick Flag (Joel Kinnaman), buono e bello ma, per farla breve, molto sfigato, a testimoniare che in occasioni simili non c'è differenza fra eroi e criminali. Il capitano è fidanzato con June Moon, un’archeologa posseduta da un'ancestrale entità malvagia nota come l’Incantatrice (Cara Delevigne) che ha involontariamente risvegliato.

Due paroline anche sul Joker di Jared Leto, un personaggio che mi ha incuriosito parecchio, anche se il suo ruolo nel film è stato molto breve e molto difficile, viste le precedenti autorevoli messe inscena dello stesso personaggio da parte di attori del calibro di Jack Nicholson e Heath Ledger. Un Joker più glamour il suo, più gangster, in una veste totalmente inedita che non ha nulla da togliere alle trasposizioni precedenti, tenendo anche conto del fatto che, leggenda vuole, per interpretare il personaggio per tutto il periodo delle riprese, sia dentro che fuori il set, abbia continuato a recitare il ruolo di Joker.

Peccato solo che compaia poco nel film (apiena in 15 minuti dei 130 minuti totali), tanto che sono in molti ad aver accusato la Warner Bros di presa in giro, per aver tagliato gran parte delle scene che lo vedevano coinvolto dopo aver spinto molto sulla sua presenza.

Un cast ampio e variegato insomma, che ha lavorato molto sull'interpretazione e sulla caratterizzazione dei personaggi, pur giurando eterna fedeltà ai personaggi DC.

E anche il film in se stesso risponde in tutto e per tutto allo “stile DC”, molto fumettistico e molto videogame, pieno di colori desaturati, atmosfere livide, rumori e abbondanza di scene notturne.

Per ultimo, un accenno alla colonna sonora, davvero interessante (e costosa) che include, tra gli altri, Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival e Bohemian Rapsody in versione Panic! At The Disco.

In conclusione, un film piacevole e godibile grazie alle interpretazioni fornite da quasi tutto il cast, che vi faranno divertire e appassionare ma dove non sarà possibile trovare niente di più che il puro intrattenimento. Siatene consapevoli e buona visione.

E rimanete al vostro posto durante i titoli di coda…

"PELLE" di Erica Zanin

"PELLE" di Erica Zanin
Un romanzo in vendita su www.ilmiolibro.it

"PELLE", il mio primo romanzo che consiglio a tutti!

Siamo nella Milano dei giorni nostri, in quella zona periferica che da Greco conduce a Sesto San Giovanni. In un autobus dell'ATM, un autista, ormai stanco del suo lavoro, deve affrontare una baby gang che spaventa i suoi passeggeri. Si chiama Bruno ed è uno dei tanti laureati insoddisfatti costretti a fare un lavoro diverso da quello da cui ambivano: voleva fare il giornalista e invece guida l'autobus nella periferia di Milano. Ma non gli dispiace e non si lamenta. E' contento lo stesso: è il re del suo autobus e i suoi passeggeri sono solo spunti interessanti per i racconti che scrive. Li osserva dallo specchietto retrovisore, giorno dopo giorno, li vede invecchiare, li vede quando sono appena svegli e quando tornano dal lavoro stanchi morti, e passa il tempo ad immaginarsi la loro vita. Finché nella sua vita irrompe Margherita, con la sua vita sregolata, con i suoi problemi di memoria, con i suoi segreti. E tutto cambia. Fuori e dentro di lui.